“She Said” – Recensione: il significato di ‘abuso’

“She Said” – Recensione: il significato di ‘abuso’

Negli ultimi anni gli spettatori hanno assistito al proliferare di film sul giornalismo. Da “Il caso Spotlight” a “Notizie dal mondo”, da “A Private War a Truth”, da “La regola del gioco” a “Lo sciacallo”, gli esempi sarebbero molteplici e culminerebbero con il “The Post” di Steven Spielberg, che nel 2017 riprendeva in mano la guerra contro il governo portata avanti dal Washington Post, dopo l’ingiunzione che al New York Times impedì di scrivere ulteriormente riguardo la verità sul conflitto in Vietnam.

Succede: nei periodi storici di grande assestamento culturale il cinema tende a mitigare il senso di sfiducia nei confronti dei mezzi di comunicazione.

Oggi infatti c’è She Said”, film diretto da Maria Schrader e scritto da Rebecca Lenkiewicz, basato sull’indagine condotta da Jodi Kantor e Megan Twohey (interpretate rispettivamente da Zoe Kazan e Carey Mulligan) per il New York Times.

Stessa indagine che diede il via alla successiva pubblicazione, firmato dalle medesime autrici, di She Said: Breaking the Sexual Harassment Story That Helped Ignite a Movement, che documenta il resoconto completo della storia di abusi sessuali perpetrati da Harvey Weinstein nei confronti di diverse donne del suo ambiente lavorativo.

Qui il Poster

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La composizione del poster del film, con l’angolazione dei personaggi in basso a destra e la geometria creata dalle linee orizzontali del finestrone e delle tapparelle, ricalca grossomodo l’infinita scalinata su cui Streep e Hanks salivano in quello di “The Post”.

Più che una coincidenza è un’ispirazione ed è una scelta coerente con il nucleo del film stesso. Sia nell’opera di Spielberg che in questa convergono tutte le suggestioni cinematografiche che hanno dato forma alle più grandi paranoie americane di genere negli anni settanta, e nello specifico, ovviamente, quelle messe in scena da Alan J. Pakula (specialmente con il suo “Tutti gli uomini del presidente”).

Man mano che le due giornaliste del Times, Kantor e Twohey, indagano sui casi di molestie sessuali perpetrate da Weinstein scoprono che non è tanto un muro di silenzio quello che deve essere abbattuto quanto, piuttosto, un intero sistema teso a proteggere gli abusatori su ogni livello.

Per questo il film è molto più che una “bombshell”, molto più che un film su uno scandalo e molto più che un film sull’America (cosa che è stato, appunto, il pur intelligente “Bombshell” di Jay Roach, alle cui vicende narrate questo si collega tematicamente tramite il prologo).

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“She Said” parla, piuttosto, di cosa significhi l’abuso in ogni strato della società e quali forme assuma attraversando le classi, di come diventi radicato in modo esponenziale e inversamente proporzionale all’identità, allo status sociale e alle possibilità finanziarie di chi viene abusato, sottolineandone non solo i contraccolpi psicologici sul piano individuale delle singole vittime ma anche, e soprattutto, la capacità di adattabilità, la regolarità, la sistematicità, la capillarità e tutte quelle caratteristiche che ne fanno lo strumento di controllo e di potere perfetto.

“She Said” è quindi anche un film sul giornalismo come lo era “The Post”, un film che si basa totalmente sulla contrapposizione fra due apparati: uno istituito e consolidato con lo scopo stesso del dominio psicologico e finanziario, l’altro (il giornalismo) messo automaticamente in piedi dall’esistenza stesso del primo, come l’eterno nemico (qui celebrato nel suo senso più puro e senza idealizzazioni) pronto a materializzarsi per ostacolare il cammino del mostro.

“She Said” è in sala dal 19 gennaio.

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Federica Cremonini