La recensione di: The Shrouds, il ritorno di Cronenberg all’esplorazione della relazione tra corpo, morte e tecnologia.
Considerato uno dei pionieri del cinema body horror e un maestro del cinema di genere, David Cronenberg è senza alcun dubbio una delle figure più influenti del cinema contemporaneo, e con il suo stile unico ha affrontato ed esplorato temi oscuri e provocatori legati al corpo umano, alla tecnologia, alla sessualità, alla trasformazione del confine tra l’umano e il non umano, e alla psicologia.
Argomenti che a distanza di circa tre anni dal suo ultimo lavoro: Crimes of the Future, uscito nel 2022, il regista, sceneggiatore e produttore canadese torna a indagare con un approccio più intellettuale e filosofico in: The Shrouds, il cui immaginario cinematografico, ancor più inquietante e pungente, riesce ancora una volta a immergere lo spettatore in un mondo in cui l’evoluzione della tecnologia e le sue conseguenze sull’individuo sono il cuore della riflessione.
Un film che, pur non essendo collegato ai precedenti lavori del regista ne conserva in ogni fotogramma l’impronta distintiva, e che dopo aver diviso la critica del 75esimo Festival di Cannes, dove è stato presentato in anteprima mondiale, di certo susciterà una serie opinioni contrastanti anche tra gli spettatori.
The Shrouds, il cambiamento e l’ineluttabilità della decadenza
InThe Shrouds, al centro della scena Karsh, un uomo d’affari interpretato da Vincente Cassell, la cui estetica riflette la figura dello stesso Cronenberg, in seguito alla morte della moglie inventa una controversa e rivoluzionaria tecnologia che permette ai vivi di monitorare il processo di decomposizione dei corpi dei propri cari avvolti in sudari.
Le particolari sindoni infatti, catturano i segni evolutivi della morte della persona defunta, aprendo la porta alla profonda introspezione in merito al rapporto tra mente e corpo. Un analisi che si distacca dalla convinzione religiosa, secondo cui esiste un aldilà e un’altra vita, e si basa invece sul pensiero fermamente razionale e ateo che una volta morto il corpo tutto finisce e scompare. E quando una notte diverse tombe, inclusa quella di sua moglie, vengono profanate, Karsh decide di mettersi sulle tracce dei responsabili facendo ulteriormente emergere la propria distanza emotiva, punto focale del suo percorso.
Viaggio che Cronenberg tratta con la consueta freddezza che da sempre caratterizza il suo cinema, con la tecnologia e il corpo protagonisti di un contesto che sembra essere uscito da una visione distopica del nostro futuro, ma che risulta incredibilmente plausibile per il realismo dei dettagli e delle dinamiche psicologiche.
The Shrouds, il confine tra tecnologia, corpo e vuoto esistenziale
Cronenberg, come detto, è un maestro nel trattare il corpo umano come un’entità in costante trasformazione, e in The Shrouds ovviamente non fa eccezione proseguendo la sua analisi del corpo non solo come contenitore fisico, bensì come una realtà che deve confrontarsi con la morte, l’immortalità e con l’idea di rendere visibile ciò che normalmente è nascosto e inaccessibile agli occhi umani.
Con The Shrouds, il cui termine in inglese si traduce come ‘lenzuolo’ o ‘velo’ ed è spesso associato al concetto di sepoltura, morte o occultamento, mentre in senso simbolico simboleggia qualcosa che nasconde, cela o copre, Cronenberg amplia questa visione del corpo, della morte e della decadenza mostrando l’inevitabilità del cambiamento, nonché le incognite e le paure che ne conseguono.
Il protagonista, attraverso la sua ricerca, affronta una sorta di evoluzione interiore che lo porta a chiedersi cosa significhi davvero essere umani in un mondo in cui il corpo non è più considerato qualcosa di sacro, ma un punto di partenza per l’innovazione, l’analisi e la manipolazione.
Una freddezza e alienazione accentuata dall’estetica minimale degli ambienti privi di qualsivoglia emozione, e che rimarcano il distacco del protagonista dalla sua umanità e ne alimentano il progressivo scivolamento in un mondo di vuoto esistenziale fatto di tecnologie che non conoscono sentimenti.
Un universo controllato che descrive in modo ancor più psicologico il corpo umano nei suoi aspetti più brutali e crudeli, e in cui emerge la fascinazione di Cronenberg verso il labile confine tra la realtà e il virtuale, e la fragilità dell’uomo di fronte alle nuove tecnologie.
Immaginario che ha il sapore di una premonizione di quello che potrebbe accadere quando questi confini diverranno sempre più effimeri segnano l’inizio di una nuova epoca in cui la biotecnologia, l’intelligenza artificiale e le manipolazioni genetiche saranno parte integrante delle nostre vite.
The Shrouds non è un film facile e questo è innegabile oltre che evidente, la sua complessità ha bisogno di tempo per essere assimilata e compresa, e come la maggior parte delle opere di Cronenberg scuote e stimola l’intelletto ponendo la domanda su dove sta andando la specie umana. The Shrouds è un’opera che non può essere assolutamente ignorata, riuscendo ancora una volta a spingere lo spettatore a scrutare profondamente e in modo perturbante il modo in cui la tecnologia sta modificando il nostro rapporto con il corpo, la morte e la nostra stessa identità.
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Emanuela Giuliani
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