Memorie di un Assassino – Recensione: le efferate violenze del primo serial killer coreano

“Memorie di un Assassino” – Recensione: le efferate violenze del primo serial killer coreano 

“In un pomeriggio assolato il corpo nudo di una donna brutalmente assassinata viene trovato in una cittadina quieta e pacifica”

Arriva finalmente nelle sale “Memorie di un Assassino”, la seconda pellicola del premio Oscar sudcoreano Bong Joon-ho, del 2003, sul primo serial killer coreano identificato dopo 30 anni. Il regista ispirato da quei numerosi casi senza risoluzione, si era posto domande allora senza risposta, tanto da avvolgere il finale nell’ombra di una figura ammantata di mistero.

“Chi sei tu? Dove sei adesso? Ti ricordi delle donne che hai ucciso? Sei felice?”

Conosciuto come lo “Zodiac” coreano, il killer era responsabile di 10 stupri ed altrettanti omicidi femminili tra il 1986 e il 1994. Vicino alle scene dei delitti era stato posizionato dalla polizia uno spaventapasseri con un messaggio “confessa o marcirai all’inferno”.

Una polizia che Bong Joon-ho descrive in modo realistico, con un racconto personale di violenza e corruzione, che mette a confronto il criminale ed i detective, dipinti come esseri umani dotati di un vero arco emotivo che li rende impreparati alla brutalità che li aspetta.

Due poliziotti locali, attraverso torture ingiustificate e l’istinto, cercano un capro espiatorio da usare come colpevole insieme ad un terzo arrivato da Seul, che seppur con maggiore esperienza, viene catturato nel vortice emozionale perdendo il lume della ragione.

Song Kang Ho, volto del cinema coreano e interprete preferito dal regista, dà vita ad un agente convinto che basti guardare in faccia una persona per stabilire se sia buona o cattiva, sentendosi quasi uno sciamano per questa caratteristica, o abilità, che però gli fa perdere di vista le azioni e violenze operate dal suo collega.

“So tutto mi basta guardarti in faccia”

Un noir intenso e vivo, senza fronzoli, quasi rurale, con scene che passano dall’aperta campagna alla desolazione della città e delle fabbriche, la fusione di elementi contraddittori, la comicità e la morte, il dramma e il cinema.

Una tensione che cresce con l’incedere del lungometraggio, grazie a dettagli macabri sulle indecenze subite dalle vittime ed al susseguirsi degli omicidi che aumenta in modo inversamente proporzionale alle certezze poliziesche, che si sgretolano mano a mano.

Una sceneggiatura che punta sulla logica e sulle nevrosi della psiche per inquietare e creare un affresco corale con personaggi che si muovono e si spostano come in un gioco enigmistico.

Una sequenza di corpi seminudi e buttati sotto la pioggia sul ciglio di una strada o al limitare del bosco, immersi in un’oscurità che nasconde e conduce in un vicolo sempre più cieco nel labirinto della mente ossessivamente in cerca di risposte. Uno stile registico raffinato e lucido che riflette le “malattie della società”, l’incompetenza e la violenza perpetrata da coloro che dovrebbero tutelare la legge.

Bong Joon -Ho mostra la corruzione insita nella natura umana e la crudeltà dovuta all’abbattimento di qualsiasi principio morale, in una spirale di violenza che chiama altra violenza, sapientemente aiutato dalla perfetta ricostruzione dei fatti.

I dogmi del rispetto e dell’ordine, basi di ogni società civile, vengono ripetutamente infranti dall’assassino e dal malcontento imperante, generando così un enigma oscuro e senza fine.

Boong Jooh Ho mette in scena la frustrazione della polizia e l’incubo della morte e della perdita di una persona amata, creando un testamento importante per non dimenticare.

“La morte è il fondo scuro che serve a uno specchio se vogliamo vedere qualcosa.” – Saul Bellow –

Chiaretta Migliani Cavina

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Il Voto della Redazione:

8


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