Gli Stati Uniti contro Billie Holiday – Recensione: l’icona dei diritti umani

“Gli Stati Uniti contro Billie Holiday” – Recensione: l’icona dei diritti umani

“Il governo se ne dimentica a volte. Ma è una questione di diritti umani”

La trama della pellicola “Gli Stati Uniti contro Billie Holiday” ruota attorno ai diritti inequivocabili per ognuno di noi, indipendenti da etnia, sesso e religione. I fatti vengono narrati a partire dal 1937, data della prima proposta di legge che voleva mettere fine al linciaggio degli afroamericani, linciaggio narrato in una delle canzoni più strazianti del panorama internazionale, ‘Strange Fruit’, nel quale la cantante jazz Billie Holiday non ha mai smesso di credere. Un brano dalla potenza evocativa inaudita, la vetta indubbiamente più impervia del lungometraggio, ma l’emblema al tempo stesso, una canzona dal successo quasi inaspettato, che il governo voleva solo mettere a tacere, terrorizzato da una conseguente rivolta e da una presa di coscienza collettiva.

“Quando una persona di colore fa qualcosa di buono, la mettono sempre in cattiva luce”

‘Strange Fruit’ diventa così il manifesto di un popolo, oramai stanco di subire, senza potersi difendere in alcun modo e Billie Holiday il nemico da abbattere, usando la sua dipendenza dalla droga per screditarla, costringendola a scegliere tra la propria arte e la propria ‘vita’.

Al suo debutto e fresca di Golden Globe proprio per Billie Holiday, Andra Day ci restituisce sullo schermo un’interpretazione magnetica e tormentata, affascinando con una voce di velluto, sinuosa e tenace come la volontà ferrea della cantante, un’emotività che sa andare oltre, alla ricerca della quarta parete. La storia della cantante afroamericana era già stata raccontata dal film “La signora del Blues” che vedeva un altro debutto illustre, quello di Diana Ross.

Il film di Lee principi presenti e costanti nel tempo, fino ad arrivare ad oggi. Una ricostruzione storica fin troppo esacerbata, da risultare didascalica, smarrendo anima e ritmo narrativo, che subisce un deciso calo nella parte centrale del lungometraggio. Un progetto che non convince, nonostante una protagonista in stato di grazia, un cast di contorno d’alto livello ed una storia che ancora scuote le coscienze, oltre ad essere ancora terribilmente attuale, in quanto ad oggi, ancora, la legge sul linciaggio deve essere approvata.

Una fotografia dai toni caldi e patinati che ci restituisce l’immagine artificiosa di un’epoca, un cattivo spietato in grado di portare sulle proprie spalle il peso di una nazione ‘sorda e cieca’, Harry Anslinger, che rimase a capo della commissione narcotici fino al suo pensionamento a 70 anni, a cui presta il volto Garrett Hedlund e filmati di repertorio che diventano testimonianze silenti che sfumano e si fondono nei toni ocra della pellicola.

Una vicenda che fonde la politica con flashback su un’infanzia violenta e tormentata da uno stupro in tenera età, tra abusi, alcool, matrimoni falliti ed un viaggio senza ritorno tra le eterne braccia dell’eroina. Una vita infernale, troppo dolorosa e troppo breve, che ci restituisce una donna imperfetta, ma fiera, forte e bellissima, dal coraggio senza uguali.

“I più severi a giudicarmi sono quelli della mia stessa razza, ho bisogno di essere aiutata, non messa in galera”

Nel 1978 ‘Strange Fruit’ verrà eletta canzone del secolo, entrando nella Hall of Fame. Billie Holiday morirà con la polizia attorno al suo letto, nel 1959, all’età di 44 anni.

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Chiaretta Migliani Cavina

Il Voto della Redazione:

6


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