“Babylon” – Recensione: c’era una volta Hollywood  

“Babylon” – Recensione: c’era una volta Hollywood  

Una delle qualità di una lingua è quella di poter essere autoriflessiva, di poter parlare di sé. In quanto linguaggio, il cinema ha sempre potuto raccontare se stesso ricordandosi attraverso le epoche e riconsegnando a un pubblico in perpetuo rinnovamento i cimeli e le rievocazioni distorte di ciò che fu in tempi distanti. E Babylon”, ultimo film diretto da Damien Chazelle, con il potere della falsificazione e del camuffamento si diletta come “La La Land” giocava con la materia dei sogni, vale a dire riconoscendo come peculiarità del solo cinema quell’abilità illusionista propria della contraddizione di immagini impresse ma in movimento.

“Babylon” esce quasi a ridosso dell’ultima opera di Spielberg, “The Fabelmans”, in cui il personaggio del giovane protagonista esprime inconsapevolmente la magia del cinema sottolineandone il paradosso dal punto di vista tecnico. Non esiste nulla di più diverso da “Babylon” rispetto al biopic di Spielberg, eppure è singolare che due film impegnati nella dichiarazione d’amore (deformante per definizione) nei confronti della fabbrica di Hollywood quasi arrivino a sovrapporsi.

Babylon - Recensione 1

La storia di Babylon” è quella di Jack Conrad e Nellie LaRoy, l’uno eccentrico divo del muto e l’altra dirompente star in divenire, rispettivamente interpretati da un Brad Pitt e una Margot Robbie che troneggiano su ogni immagine promozionale del film alla maniera dei grandi attori dei kolossal di una volta. Però è anche la storia di Manny Torres (Diego Calva), immigrato messicano che si ritrova ingaggiato come runner sui set cinematografici; e di Sidney Palmer, musicista jazz; e di Lady Fay Zhu, prima star hollywoodiana di origini orientali; e di Elinor St. John, celebre e arguta giornalista; e di Irving Thalberg, produttore. Unico nome, quest’ultimo, che trova un corrispettivo anche nella realtà nella figura del produttore di film come “Grand Hotel”, “China Seas”, “Mutiny on the Bounty”, “A Night at the Opera”, “Camille”, ma anche del più grande successo muto di casa Universal (“Il gobbo di Notre Dame”, 1923).

Come se Chazelle avesse voluto dichiaratamente decomporre e ripartire il cinema nei suoi artigiani, coloro che lo forgiano e restano immuni alla sua mistificazione, e nei suoi prodotti. E i suoi prodotti sono, oltre ai film, proprio quei volti e quei corpi che abitano le immagini realizzate, affidati alla mente del tempo. Né Jack Conrad, né Nellie, né Manny esistono davvero: sono, piuttosto, feticci, oppure emblemi che ospitano in sé molteplici simboli di un’epoca, quella del cinema muto, che corrisponde alla Golden Age ma precorre quella del sonoro, delle voci, della morigeratezza a cui avrebbe chiamato il Codice Hays (nei primi Trenta) e dei grandi musical.

Nel portare avanti quest’operazione Chazelle percorre le stesse orme tracciate da Tarantino con “C’era una volta a… Hollywood”, e lo fa consapevolmente. Perché Jack Conrad, surrogato di dei divi del muto che con il suono si sono estinti (c’è sia John Gilbert che Douglas Fairbanks), sul piano concettuale è come il Cliff Booth tarantiniano, immaginario stuntman che incorporava più personaggi esistiti. E sul piano narrativo diventa il fulcro della riflessione nostalgica sull’inevitabilità del passaggio di testimone, sulla transizione, sul progresso tecnologico che perfeziona e insieme interferisce con l’arte, sull’ossessione d’immortalità che alberga dentro l’attore: e quindi il Rick Dalton di DiCaprio si sdoppia e si trasferisce nelle figure fittizie di Jack e Nellie, anche lei montaggio della “It Girl” Clara Bow, della tragica Jeanne Eagels e di Lucille “Fay” LeSueur, esotico nome reale per Joan Crawford (che però raggiunse, a differenza della sfortunata Nellie, la massima fama proprio con l’avvento del sonoro).

Babylon - Recensione 4

“Babylon” ha un’anima scissa: è una sequela di scene di eccessi, piaceri orgiastici e scarti corporali, umani e animali, ma anche un viaggio per territori sinistri, talvolta torbidi e celati proprio fra gli appetiti lascivi di una Hollywood libertina a cui le future linee guida morali sono ancora sconosciute. È, infine, una tombale contemplazione sulla fine e sulla dissoluzione di una stagione che non sarebbe più tornata.

Chazelle omaggia (il disastro di Ziegler con la ragazza minorenne in “Eyes Wide Shut” è solo il primo di una lunga serie di omaggi) e si autocita (con Justin Hurwitz alla colonna sonora, che ricalca a più riprese “La La Land”) per rappresentare visualmente quanto Kenneth Anger rivela nella sua “infame” Hollywood Babilonia e quanto Bow disse della propria vita: “facevamo ciò che volevamo. Stavamo svegli fino a notte fonda e ci vestivamo come più ci piaceva […] Al giorno d’ oggi si sta molto più attenti allo stile di vita e si salvaguarda la salute. Ma noi ci divertivamo decisamente di più.”

Il discorso sulla doppiezza di ciò che è messo in scena e ciò che è reale, o fra ciò che è ricordato o immaginato (come la Babylon ricostruita, possibile ma ancora immaginata) e ciò che viene vissuto, trova la sua conferma in un finale elegiaco e insieme psichedelico, nella sala in cui viene proiettato “Singin’ in the Rain”.

Manny, a cui viene affidato il nostro sguardo, prova dolore nel riconoscere parti di esistenza passata tramite la falsificazione che ne fa lo schermo e prova piacere quando le note di Singin’ in the Rain, come un’epifania bellissima, lo trascinano nel viale dei ricordi e poi subito verso tutte le infinite possibilità del cinema che noi uomini e donne del futuro, ma spettatori come Manny, abbiamo già conosciuto in una sala. E questo, nell’era di maggior crisi della sala cinematografica dai suoi albori, qualcosa vorrà pur dire.

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Federica Cremonini