“The Witch: Parte 2 – The Other One” – Recensione: l’ennesimo miracolo made in Korea

“The Witch: Parte 2 – The Other One” – Recensione: l’ennesimo miracolo made in Korea

Presentato al Science + Fiction Festival, il secondo episodio della saga supereroistica di Park Hoon-Jung è una piccola perla

Dalla Corea del Sud nel 2018 era arrivato “The Witch: Part 1 The Subversion”, diretto da Park Hoon-Jung, uno dei tanti esempi del perché la serialità televisiva e il cinema in generale abbiano una sorta di riserva di sopravvivenza lì, in quel paese asiatico in cui la fantasia galoppa come il vento.

Ora al Science + Fiction Festival arriva il secondo episodio: “The Witch: Parte 2 – The Other One, sempre diretto da Hoon-Jung e che continua gli eventi del primo, in cui avevamo fatto la conoscenza di un complesso mondo fatto di esperimenti clandestini e superpoteri, un universo violentissimo e tetro.

Ora diversi anni dopo, due ragazze vengono prelevate da giovani durante una gita scolastica, sottoposte ad esperimenti terrificanti e trasformate letteralmente in due armi, dal momento che sono in possesso di super poteri e facoltà di terrificante Potenza.

La fuga di una di loro, Ark 1 (Shin Si-ah), dal laboratorio dove è stata mutata, si incrocerà con il destino di Kyung-hee (Park Eun-bin) e del giovane fratello Dae-gil (Sung Yoo-bin), mentre sulle sue tracce c’è la task force composta da altri due mutati: Jo-hyeon (Seo Eun-soo) e il corpulento Jack (Justin John Harvey). Ma non tutto è come sembra e soprattutto Ark 1 non è la sola ad avere certi poteri immensi.

“The Witch: Parte 2 – The Other One” partiamo col dire che non ha sicuramente un universo narrativo particolarmente creativo o particolarmente innovativo narrativamente. Bene o male il tema di superpoteri, concepiti in un modo molto più serio è tragico rispetto a quello della Marvel o della DC, c’ha dato negli anni scorsi piccole perle come “Chronicle”, “Push”, “Brightburn” e “KickAss”. Questo film abbraccia un’atmosfera molto più distopica e disturbante, il complottismo naviga a gonfie vele, mentre dal punto di vista visivo fino a metà non rinnega assolutamente la sua anima di b-movie, di cinema che si affida molto più alle idee e ai dialoghi che al budget. Almeno apparentemente. Perché da metà in poi invece l’azione torna a dominare in un modo crescente ed indiavolato, ci regala sequenze d’azione in cui si strizza l’occhio al genere wuxia, ma anche ai film di arti marziali, nonché naturalmente a quei supereroi di cui però non ci arriva una visione paternalistica, romantica o pacifica. Al contrario Park Hoon-Jung continua nella sua narrazione sanguinolenta e cinica, per quanto ammantata di un’atmosfera malinconica che strizza l’occhio sovente al western crepuscolare, al hardboiled, al neo-noir, insomma alla narrazione tragica e piena di una violenza mai giocosa.

Perdura tuttavia una certa quantità di black humor, innestato all’interno di un iter narrativo che all’inizio pare dover disperdere l’attenzione dello spettatore, a causa di un ritmo abbastanza sincopato, in cui suggerisce ma non mostra, spiega ma non abbastanza.

Il che è forse l’unico vero difetto di questo film che però quando preme sull’acceleratore, ti lascia dietro tutto il paternalismo, la retorica, il buonismo con cui Marvel e soci in questi anni hanno sostanzialmente distrutto un genere cinematografico, privandolo della sua vitalità, del suo contenuto e fascino, ma soprattutto della sua integrità a livello di coerenza interna.

I superpoteri non rendono migliori, dipende da chi li indossa, dipende dall’uso che se ne fa, e di certo questo film dimostra di avere più di qualche cartuccia da sparare per quello che riguarda l’analisi del potere, della forza, così come nel parlarci del concetto di superuomo, lasciando indietro anche la concezione supereroistica cara a Snyder. Il cast comprende volti abbastanza noti al pubblico asiatico, molto meno quello occidentale, l’insieme in più di un’occasione poi strizza l’occhio agli anime a ai manga, ma lo fa senza eccedere, senza diventare una sorta di sfilata di cosplayer.

“The Witch: Parte 2 – The Other One” ha il grande pregio soprattutto di far sì che sia l’azione a delineare l’identità, la finalità e la personalità dei propri personaggi, non le parole, la vuota retorica e i dialoghi scontati, per quanto ovviamente non manchino dei momenti un po’ cliché.

Lei, Ark 1 è soprattutto una protagonista in cui vediamo un qualcosa di una Lolita di Besson, così come di Leeloo de “il Quinto Elemento” dello stesso cineasta francese, con il suo essere una sorta di mix di innocenza e ignoranza infantili del mondo, e una componente di violenza e determinazione semplicemente terrificanti. Non vi è pietà, non vi è alcun tipo di filtro nella regia di Hoon-Jung, che confeziona per noi combattimenti a dir poco spettacolari, sanguinolenti, impreziositi da coreografie che farebbero sicuramente l’invidia di ogni regista della Marvel e di quasi tutti quelli della DC.

La violenza può essere un elemento fondamentale per rilanciare questo genere, almeno per chi non pensa che il PG-13 sia sempre un limite da non superare, una sorta di tabù che non può essere mai infranto, non tanto per i botteghini, ma perché si crede che quella fetta di pubblico sia indifesa, che quei film debbono essere sempre delle favolette. Non è così, non è mai stato così, e di certo a guardare questo film, porta a ripensare al passato, alla sostanziale differenza tra ciò che era il genere supereroistico nei primi anni 2000 e ciò che è diventato oggi.

“The Witch: Parte 2 – The Other One probabilmente avrà un seguito, ma cosa ancora più importante dimostra come dall’Oriente quei generi cinematografici che pensavamo avessero detto già tutto, possono invece essere una miniera di emozioni e di qualità, confronto invece di ciò che in Occidente stiamo facendo: girare in tondo senza un’idea.

Tanto per confermare quanto nella realtà i soldi siano solo una parte e non quella più importante, questo film è costato 5,5 milioni di dollari, un terzo di quanto Bonelli ha messo sul piatto per realizzare “Dampyr”, un cinecomic che stando ai dati e al gradimento, sta già diventando una specie di prodotto di nicchia per pasdaran irriducibili over 40.

Nel nostro piccolo, forse dobbiamo capire che occorre dare maggior peso al talento, all’originalità e freschezza di visione, alla capacità di portare qualcosa di diverso all’interno di universi cinematografici che hanno ancora molto da offrire, a patto di non essere passatisti, di non omologarsi e non pensare che creare prodotti che piacciono a pochi significhi essere autoriali. Questo film dimostra che non è vero, che c’è ancora molto da dire in questo genere per il pubblico, non fosse altro per creare un’esperienza cinematografica diversa dalla norma.

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Giulio Zoppello