“The Artefice Girl” è un piccolo miracolo della fantascienza – Recensione

“The Artefice Girl” è un piccolo miracolo della fantascienza – Recensione

L’opera prima di Franklin Ritch è un dramma sul confine tra moralità e libertà nell’era digitale 2.0.

Non si può certo negare che con The Artefice Girl” il Trieste Science + Fiction Festival abbia indovinato in toto la scelta di un titolo coerente con la propria tradizione e finalità, dal momento che il debutto alla regia di Franklin Ritch, fino ad oggi connesso esclusivamente a corti in qualità di sceneggiatore, è un film di grande qualità e fascino.

In un futuro davvero prossimo, il misterioso ingegnere informatico Gareth (Franklin Ritch da giovane, Lance Henrisken da anziano) si trova messo alle strette dagli agenti speciali Dena Helms (Sinda Nichols) e Amos McCullough (David Girard) che fanno parte di una squadra federale specializzata nel dare la caccia ai pedofili e predatori di minori che infestano la rete.

Per loro Gareth è senza ombra di dubbio un tipo sospetto, un mago dell’informatica che si rivela improvvisamente però una sorta di vigilante del Web, che grazie alle proprie capacità e al proprio talento, ha creato la trappola perfetta per i predatori on-line. Il nome di quella trappola è Cherry (Tatum Matthews). Cherry altro non è che un’intelligenza artificiale a cui Gareth ha dato le sembianze di una ragazzina adolescente, qualcosa di totalmente rivoluzionario nella storia dell’informatica. In breve tempo Cherry si dimostra in grado non solo di migliorare esponenzialmente, ma anche di svilupparsi in una direzione assolutamente inedita per quello che riguarda l’interazione con il mondo circostante. Ma davvero tutto è come sembra?

Girato durante il lockdown, e di conseguenza con la necessità di essere connessi ad una certa povertà di location e anche mezzi, “The Artefice Girl” compensa ad una scarsa spettacolarità dell’insieme, con una sceneggiatura curata da Ritch a dir poco affascinante.

Intimo, claustrofobico, questo film riesce a staccarsi da tutti i cliché cinematografici più scontati inerenti il rapporto tra uomo e intelligenza artificiale, e le conseguenze circa il nostro modo di interagire con noi stessi e i pilastri della nostra moralità. In più di un’occasione riesce a spingersi oltre i limiti che a so tempo erano stati identificati da Asimov, omaggiando e contemporaneamente allontanandosi ove possibile da ciò che hanno fatto registi del calibro di Spielberg, Ibanez, Garland, Spike Jonze, Pfister.

Insomma da tutti coloro i quali si sono sempre interrogati su che cosa sarebbe successo nel futuro, quando il mondo dell’intelligenza artificiale sarebbe stato modellato dall’uomo andando oltre il concetto di immagine e somiglianza. The Artefice Girl” deve gran parte della sua riuscita a dialoghi realizzati con un ritmo incalzante, ricchi a livello semantico, e soprattutto realistici per quello che riguarda l’interazione tra personaggi, che danno al insieme un enorme potenza e verosimiglianza. Se ci pensate è tutto tranne che scontato.

Franklin Ritch, Sinda Nichols, David Girard e soprattutto la giovane Tatum Matthews ci guidano dentro un film completamente girato in interni, ma proprio per questo ancora più efficace nel delineare la personalità dei protagonisti, le loro motivazioni e finalità.

Ritch in particolare stupisce per la determinazione, si potrebbe dire quasi la ferocia e insensibilità che riesce a donare al suo Gareth, che alla fine appare essere (pure nelle vesti anziane interpretate dal veterano Henriksen) molto più artificiale della sua creatura.

In lui risplende l’essenza deli Dei della tecnologia, dei creatori digitali del nostro modo scevri da ogni compromesso, talmente innamorati della proprio opera e di se stessi, da non vedere nient’altro. Eppure, allo stesso tempo, è molto difficile connetterlo con un capitano di impresa, quanto piuttosto con un artista ossessionato dalla propria stessa opera, da una creazione che come molte altre, ha nelle buone intenzioni la strada che porta verso la dannazione. A lui si contrappongono e assieme si appaiono nel viaggio Nichols e Girard, che più che rappresentare i due diversi orientamenti, appaiono due lati della stessa medaglia, ma soprattutto si fanno carico di un diverso approccio al concetto di utilità, della finalità che molto spesso supera i confini della moralità.

“The Artifice Girl” ha però il proprio cuore in lei, nella giovanissima Tatum Matthews, talento emergente forse ancora acerbo, ma dalla grande personalità. La sua Cherry In ambito fantascientifico è tra i personaggi per così dire artificiali più inquietanti, interessanti e sorprendenti dell’ultimo periodo.

I suoi continui confronti e scontri con quei tre esseri umani che manifestano l’umanissima incapacità a concepire qualcosa al di fuori dei propri confini ontologici, sono il sale di un film che non è mai banale, mai scontato, soprattutto mai consolatorio.

Alla fin fine Ritch crea soprattutto una straordinario metafora di quanto l’uomo spesso confonda il progresso con l’avanzamento tecnologico. Non è detto che entrambi coincidano o vadano di pari passo, e questo è un problema che sovente in epoca moderna abbiamo alquanto sottovalutato. Allo stesso tempo, The Artifice Girl” ci parla della privacy e della mancanza di libertà, di quanto la tecnologia abbia completamente stravolto questo concetto, così come dell’impossibilità oggigiorno di tenere segreti anche i lati più intimi della nostra personalità. Perché in fin dei conti sulla rete appaiamo sempre per ciò che siamo veramente, con buona pace di Alias, profili fake e tentativi di ingannare noi stessi. La verità è che la nostra società è diventata individualista e allo stesso tempo dittatura verso l’individuo, ci connette ma ci isola.

In tutto questo, risulta anche di grande interesse quanto il film, pur mai in modo retorico o paternalistico, ci parli dei pericoli della rete, di quanto il peggio dell’umanità proprio grazie al web abbia trovato un nuovo terreno e nuove potenzialità.

La pedopornografia, la pedofilia via internet, in generale ogni abuso di minore online ha conosciuto anche durante la pandemia un incremento pazzesco. E che pone questo film, per quanto soprattutto incentrato sul concetto di paternità, Su che cosa sia veramente un’anima, la libertà della nostra esistenza, anche un monito. L’insieme in più di un’occasione potrà sembrare magari teatrale nella messa in scena, è un prezzo da pagare per le già ricordate vicissitudini produttive, ma forse questo è alla fine un altro pregio, perché ci permette di confrontarci maggiormente con i personaggi, di afferrarne l’iter di trasformazione, il modo in cui sanno essere diversi di fronte ad ogni momento. The Artefice Girl” rimane orgogliosamente un film indipendente, un b-movie, ma certo le Major forse dovrebbero concentrarsi sul fatto che è proprio da questa potenza di intenti e profondità di scrittura, dalle idee genuine, che nascono quei film per i quali vale ancora la pena andare al cinema.

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Giulio Zoppello