“Rubikon” ci parla di un futuro plausibile ma non abbastanza

“Rubikon” ci parla di un futuro plausibile ma non abbastanza bene – Recensione

Il film di Magdalena Lauristch è un’opera riuscita a metà a causa di una sceneggiatura troppo incostante e prevedibile.

Parlare di Rubikon” di Magdalena Lauristch, alla sua quarta prova da regista, significa bene o male fare i conti con un film che promette tanto ma non mantiene ciò che ci si aspetta, al netto di un’atmosfera interessante e di un cast sicuramente ben diretto e coeso.

Ambientato in un futuro non puoi così lontano, questo film di fantascienza austriaco ci parla di una stazione spaziale internazionale sopra il pianeta Terra, la Rubikon, che nell’anno 2056 sta studiando un sistema di produzione dell’ossigeno basato su delle particolari alghe, che vengono perfezionate e studiate dallo scienziato di bordo, il dottor Dimitri (Mark Ivanir).

Sulla stazione arrivano inviati dalla multinazionale che finanzia la spedizione, la soldatessa Hannah (Julia Franz Ritcher) e il biologo Gavin (George Blagden), con il compito segreto di recuperare i risultati del lavoro di Dimitri e portarli il più in fretta possibile sulla Terra.

La necessità di essere quanto più veloci possibile si spiega con ciò che di lì a ha poco succede, quando una gigantesca nuvola tossica circonda tutta la Terra, massacrando quasi tutti gli abitanti e costringendo i pochi sopravvissuti a rifugiarsi in bunker sotterranei. Ma quanto potranno resistere? Per Hannah e gli altri sopravvissuti dell’equipaggio, ora si tratterà di decidere che cosa fare, se portare aiuto agli ultimi sopravvissuti dell’umanità o isolarsi lì al sicuro tra le stelle.

La Sceneggiatura di Rubikon” porta la firma oltre che della Lauritsch di Jessica Lind, e fin dall’inizio cerca di porsi come una variazione sul tema dell’isolamento totale, in una sorta di Arca di Noè come se ne sono viste del resto molte non sono in altri film di fantascienza ma anche nell’universo videoludico.

Gli esempi che vengono maggiormente alla mente riguardano per esempio “Passengers”, “Pandorum”, ma anche “Beyond the Aquila Rift” di “Love, Death + Robots” oppure “Sunshine” di Danny Boyle.

Quindi diciamo già che in partenza questo film aveva un tasso di difficoltà non indifferente, perché la prima parte come spesso succede poteva essere molto facile, ma come proseguire l’iter narrativo si prestava invece a più di una difficoltà.

La valutazione finale di questo film si aggira attorno al discreto, che avrebbe potuto essere molto di più se alcuni passaggi fossero stati maggiormente approfonditi a scapito di altri invece abbastanza più trascurabili.  Tuttavia non si può negare che il cast si sia distinto in una prova attoriale di grande efficacia, a dispetto di una sceneggiatura che in più di un momento, si aggrappa a dialoghi un po’ troppo superficiali è un’evoluzione di personaggi che non sempre appare perfettamente computer. Emerge qua e là, l’incapacità di andare oltre e riuscire ad aggrappare una concezione maggiormente universale e profonda delle tematiche proposte.

Su tutte chiaramente aleggia quella del disastro ecologico planetario, lo stesso verso il quale noi tutti ci stiamo in fin dei conti spingendo con una noncurante indifferenza, e che poi fa emergere anche un certo pessimismo circa la natura umana di cui questo film giustamente si fa carico.

I personaggi principali appaiono tuttavia abbastanza interessanti nella loro evoluzione generale, a partire dalla protagonista, che da donna soldato completamente scevra da ogni sentimentalismo o sessualità, alla fine si trova a che fare con un dilemma sulla maternità e sul suo ruolo che abbraccia l’intera concezione della donna nella società umana. Il Gavindel del fu Athelstan di “Vikings”, è invece il personaggio più positivo di tutta la vicenda, un idealista coerente e pure imperfetto, di base il simbolo della voce della ragione e dell’empatia che tutt’oggi viene sostanzialmente ignorata.

A lui si contrappone Dimitri, che per quanto Ivanir riesca a rendere umanissimo, risulta in ultima analisi il perfetto simbolo dell’egoismo dell’uomo moderno, connesso ad una tecnologia e ad una scienza che non sono più patrimonio universale, ma strumento egoriferito di una mancanza di spirito di solidarietà.

Il meglio Rubikon” lo dà nel momento in cui i protagonisti si confrontano su che cosa fare, su quale ruolo e responsabilità devono accettare o rifiutare. Peccato che però tali momenti siano a lungo andare sempre più isolati insufficienti.

Si perché Rubikon” da un certo momento in poi diventa una sorta di dramma sentimentale ed esistenziale privato, quando invece dovrebbe essere un ponte verso un ragionamento più in grande, farsi carico di una potenza simbolica maggiormente complessa.

Invece pare accontentarsi soprattutto nel finale di un paio di svolte narrative abbastanza telefonate, soprattutto di un iter diegetico che risulta poco coerente con le premesse, ma soprattutto con un’atmosfera generale che suggeriva una fantascienza realistica e verosimile.

Convincente comunque dal punto di vista visivo grazie le scenografie di Johannes Mucke, “Rubikon”, che con questo nome che già rimanda ad una decisione drastica e irreversibile da prendere, rimane comunque interessante per il modo con cui ci parla di un futuro classista, spietato, in cui I privilegiati continuano ad avere sempre l’uscita di riserva rispetto alle masse.

Anche questo aspetto però come altri non viene sviluppato abbastanza, quasi che l’insieme fosse incerto su quale direzione prendere e quale identità avere, o meglio non avere, visto che pare voler unire fin troppe componenti dentro di sé. Rimane un survival thriller sci-fi che comunque vi consigliamo per variazione sul tema della distopia dalla vocazione civile, anche per un’atmosfera scevra dai cliché hollywoodiani più pecorecci. Però rimane chiaramente un po’ di amarezza nella valutazione generale.

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Giulio Zoppello