“Omicidio nel West End” – Recensione: in un giallo ad essere eliminato è sempre il personaggio più sgradevole

“Omicidio nel West End” – Recensione: in un giallo ad essere eliminato è sempre il personaggio più sgradevole

“E’ un giallo, e visto uno li hai visti tutti”. Con questa affermazione e presentazione prende il via “Omicidio nel West End”, esordio alla regia dietro la macchina da presa di un lungometraggio del regista premiato con il BAFTA: Tom George (“This Country”), nelle sale italiane dal 29 settembre distribuito da The Walt Disney Company Italia.

Film dalla struttura in perfetto stile Aghata Christie, regina indiscussa del genere in cui ad essere eleminato ovviamente è sempre il personaggio più sgradevole, e i cui scritti sono di frequente al centro di numerosi adattamenti e nuovi titoli televisivi e cinematografici. Progetti questi che ne rinnovano senza stravolgerne le basi, come ad esempio il recente “Knives Out – Cena con Delitto” di Ryan Johnson, il quale dopo il successo ottenuto approderà a dicembre su Netflix con il primo dei due sequel: “Glass Onion –Knives Out”.

Scritto da Mark Chappel (“Appunti di un giovane medico”, “Flaked”), “Omicidio nel West End” è ambientato nell’omonimo quartiere nella Londra del dopoguerra degli anni ’50, prima della rivoluzione sessuale, dove i piani per una versione destinata al grande schermo dell’acclamata opera teatrale “Trappola per Topi” per l’appunto della Christie, giunta alla sua 100esima rappresentazione, subiscono un brusco, se così si può definire, arresto. L’arrogante e irritabile regista americano Leo Kopernick (Adrien Brody) infatti, privo di rispetto per la cultura teatrale londinese, inserito negli Stati Uniti nella lista nera ed incaricato di trasformare il giallo in un film, viene misteriosamente assassinato nel dietro le quinte.

Entra così in scena l’ispettore Stoppard (Sam Rockwell), un turbolento, cinico, alcolizzato e sessista investigatore di Scotland Yard, che ha visto di tutto e ha oramai fatto il suo tempo, al quale viene assegnato l’enigmatico caso affiancato dall’agente di polizia Satlker (Saoirse Ronan), una zelante novellina amante del cinema noir e dei libri gialli.

Una coppia di investigatori senza alcun dubbio strana, ma anche questa in linea con quelle presenti nei racconti del mistero, in cui i cacciatori di criminali al centro del film sono sempre due opposti che man mano appianano le proprie divergenze, e grazie al loro acume, abilità e gioco di squadra, acciuffano il colpevole. Una coppia, quella formata da Stoppard/Rockwell e Stalker/Ronan dallo spiccato tratto comico in grado di intrattenere con piacevole ironia per tutto il corso dell’indagine, tra teatri – il film è stato girato nei veri teatri della Londra degli cinquanta- hotel di lusso e case di campagna.

Un percorso, o meglio una narrazione giocosa e brillante, che vede Stoppard, a dispetto delle sue ombre del passato, trovare una sorta di redenzione imparando qualcosa dalla sua collega, nei confronti della quale non ha intenzione di farsi da parte e la cui comprensibile inesperienza ed eccesso di entusiasmo la spinge a ‘saltare subito alle conclusioni’.

Rendendo omaggio tra l’altro anche a “Un ispettore in casa Birling” di J. B. Priestly, e “Il vero ispettore Hound” di Tom Stoppard, “Omicidio nel West End” è un giallo dall’approccio vivace ben riuscito e curato, dalla scenografia, ai costumi al trucco, che racconta tra citazioni e luoghi comuni, in modo accattivante, divertente, lineare e senza pretese la messa in scena di uno spettacolo e della creazione di un altro film, offrendo una visione spassosa e non particolarmente impegnativa, adatta per trascorrere qualche ora di sana e necessaria spensieratezza.

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Emanuela Giuliani