“Chiara”: se questo è un film da Venezia

“Chiara”: se questo è un film da Venezia

La rilevanza di Susanna Nicchiarelli all’interno del cinema italiano è oramai appurato. Non solo per la sua creatività ed eleganza bensì per lo sguardo moderno e fantasioso di una regista donna in grado di cucire racconti cinematografici diversi dalla norma. Ma da qui a incensarne ogni opera a dispetto del risultato finale ottenuto ce ne corre, e dopo i numerosi riconoscimenti ottenuti con il suo “Miss Marx”, presentato due anni fa alla Biennale, questa volta al Lido si è assistito ad un suo passo falso con Chiara”.

Girato quasi tutto a Viterbo, il film è un biopic a dir poco atipico sulla vita e l’opera di Santa Chiara d’Assisi, tra le figure femminili più importanti di sempre della Storia Cristiana, un simbolo tanto iconico di emancipazione e lotta da non sottovalutare. E forse il problema di fondo di questo film, sta proprio in un eccesso di sicurezza da parte della Nicchiarelli, che ha pensato di creare una sorta di ibrido cinematografico come fatto con “Miss Marx”, un’operazione, già allora secondo molti, non proprio riuscita perfettamente per coerenza e pertinenza.

Chiara, che ha la bellezza delicata e il talento recitativo di Margherita Mazzucco, è figlia del Conte Favarone di Offreduccio degli Scifi, ma decide di seguire la vocazione religiosa, e non una qualunque vocazione. In lei infatti risplende l’idealismo di Francesco (Andrea Carpenzano), che cambierà per sempre la storia della Chiesa riportando al centro gli insegnamenti di altruismo, sacrificio, povertà e abnegazione del Vangelo, messi a repentaglio dalla politica e avidità di uomini come il Papa Gregorio IX (Luigi Lo Cascio).

Un percorso quello di Chiara tutt’altro che semplice e privo di difficoltà, grazie al quale infine realizzerà uno spazio al femminile all’interno di una Chiesa, descritta, in ogni sua componente, come conservatrice, maschilista e intollerante.

La Nicchiarelli, con “Miss Marx”, aveva suscitato alcune critiche per la semplificazione operata su una figura storica femminile fortemente politica e tutt’altro che banale, riducendola, per certi versi, ad una sorta di dramma melò in salsa rock. Quel rock che qui (purtroppo) spunta di nuovo nel finale, sprecando il contributo di Anonima Frottolisti e sposando l’ennesima operazione modaiola da alternative borghese, oggettivamente priva di senso come i numerosi balli e i canti.

Momenti musicali che più che donarci l’idea della visione e della missione di cui Chiara e le sue compagne si erano fatte carico, aggiungono ad un insieme già poco dinamico un elemento di scarsa pertinenza se non addirittura cringe.

Tuttavia, c’è la volontà di offrire uno spaccato storico e seppur micro, realistico, con una maggiore ricerca nel linguaggio, nei costumi, e nella visione di un medioevo diverso da quello che sovente Hollywood ci propone, con la fotografia cupa e tenebrosa, il fango, il sangue e l’idea di un’epoca semplicemente barbara e violenta.

Sappiamo invece che il medioevo fu un’era anche profondamente stimolante e innovativa, e San Francesco e Santa Chiara ne sono stati due alti simboli. Ma è proprio il rapporto tra i due santi, così simili eppure così diversi nel modo di concepire non solo la loro missione, ma anche la posizione gerarchica dei due sessi, ad essere alquanto semplificato, ridotto, e in alcuni casi anche banalizzato.

“Chiara” commette l’errore di non decidere esattamente che tipo di film essere, se storico o una sorta di fiaba, se un biopic o una metafora sotto forma di musical. Un’incertezza che fa scivolare e cadere la Nicchiarelli a dispetto della bravura del cast, di una bella fotografia e in generale di una buona regia, spingendo a chiedersi soprattutto: cosa ci fa un titolo del genere nel concorso ufficiale di Venezia 79. Non si tratta di una provocazione, bensì si una constatazione in merito alle scelte del Lido di quest’anno che, con buona pace delle parole del direttore artistico Alberto Barbera, ha dimostrato una qualità nella selezione ufficiale alquanto incostante, e di cui questo film è forse l’esempio più lampante.

In “Chiara”, l’approccio risulta essere completamente sbagliato, la sceneggiatura non aiuta assolutamente a variare il ritmo e l’energia di un ritratto dalla retorica che la Nicchiarelli non riesce ad evitare neppure per un istante. Una ripetitività che limita il suo talento, e se è vero che lo stile è importante, è altresì valido sostenere che bisogna capire che la stessa ricetta non funziona sempre, e che mettersi in discussione è sempre cosa buona e giusta.

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Giulio Zoppello