“Blonde”: tutta la verità su Marilyn, nient’altro che la verità

“Blonde”: tutta la verità su Marilyn, nient’altro che la verità

Si può tranquillamente affermare che Netflix con Blonde” ha tirato un colpo non indifferente a chi pensava che con Michelle Williams e il suo “Marilyn” si fosse già detto tutto 11 anni fa, grazie alla regia di Simon Curtis.

Ma Andrew Dominik (uno dei registi più atipici, originali e anche antiamericani della sua generazione) aveva qualcos’altro da dire al riguardo, e lo ha fatto con questo biopic di 166 minuti, dominato da una Ana De Armas stratosferica, disarmante, capace di connettersi al suo personaggio per dimostrare una volta per tutte, che non è semplicemente un bel faccino e un bel fondoschiena.

“Blonde” è un dramma visionario, intimista, a tratti reale a metaforico, un viaggio da incubo dentro quella che molti pensavano fosse una vita da sogno, e che invece era soprattutto il sogno degli altri, dell’americano medio, e non di questa ragazza nata a Los Angeles.

Marilyn ci viene mostrata fin dagli inizi, cresciuta in una situazione familiare a dir poco terribile, diventata imprevedibilmente un monumento alla fantasia sessuale maschio-riferita, che ancora oggi divide e fa discutere.

La sceneggiatura di Dominik affonda a piene mani dall’omonimo romanzo di Joyce Carol Oates, e si prefigura come una perfetta negazione dei cliché hollywoodiani, ivi compresi quelli del biopic, genere che ormai è diventato tanto abusato quanto stantio, noioso e ripetitivo.

Ebbene da Blonde”, presentato in Concorso a Venezia 79, arriva uno scossone definitivo anche sullo stesso concetto di iter diegetico biografico, di racconto in prima persona di una vita, dei suoi drammi e di ciò che rese questa ragazza un totem immortale.

Ana De Armas forse non assomiglia poi tantissimo a Marilyn, eppure ce la mette tutta per donarci soprattutto l’essenza di una ragazza incredibilmente fragile, indifesa di fronte alla brutalità carnale di un mondo fatto di uomini osceni, possessivi, maneschi e privi di ogni tipo di empatia.

Blonde” diventa così sicuramente un film perfetto per quanti hanno magari accolto con sufficienza in questi anni il fenomeno del “Me Too”, o per chi ha sempre voluto negare l’incredibile paura che nel mondo dello spettacolo in generale accompagna da sempre i passi di ogni artista donna.

Marilyn è naufraga sul mare di un’esistenza che non riesce a controllare, in cui cerca insistentemente quell’amore che le è stato negato fin dall’infanzia, a causa di una madre squilibrata, di case famiglia da cui uscì armata di un corpo tutto curve e un’ingenuità che per moltissimo tempo, fu il segreto dietro la sua infelicità, il suo essere schiava di un sogno comune, mai del suo.

Dominik rifiuta la classicità formale, alza e abbassa lo sguardo, si gira, ci penetra con il suo un racconto fatto per episodi a volte connessi a volte spezzettati, attraversati da un percorso autodistruttivo terrificante.

Il sogno hollywoodiano si fonde ad un corpo femminile abusato, schiavizzato, martoriato e immolato sull’altare di una sorta di mitologia sessuale bigotta e ipocrita, che gronda bava e sensi di colpa.

Il tema dell’amore agognato e mai conseguito se non per un breve istante con l’Arthur Miller di uno straordinario Adrien Brody, si intreccia con quello della maternità, di una dimensione di completezza che Marilyn non riuscì mai ad ottenere. Il resto è un’odissea dorata e ributtante, intima, un labirinto sovente opprimente.

“Blonde” ci fa comprendere soprattutto l’incredibile violenza insita nella visione del sesso e della donna negli Stati Uniti, che ieri come oggi disprezzano la donna se è libera, ma ne adorano il corpo, ciò che esso può garantire ad un sistema patriarcale e maschilista che non è in fondo stato scalfito.

Marilyn che finisce nelle grinfie di produttori dalle mani lunghe, di JFK, di un “paisà” manesco come fu il mito del baseball Joe di Maggio, libera solo nel momento in cui andò contro la morale, assieme ai figli di Chaplin e Robinson. Si odono gli echi di una tragedia greca, il sacrificio freddo e spietato del corpo di una vergine ideale, fidanzata di tutti gli uomini e quindi costretta a non esserlo di nessuno veramente, o meglio di non essere se stessa.

Dominik talvolta pare perdere un po’ il controllo della sua creatura allucinata, ma riesce infine a farci comprendere la prigione senza sbarre senza porte dentro cui Marilyn fu costretta, tanto da farci finalmente arrivare alla domanda, la vera domanda: chi era veramente?

La bionda ammaliante del sesso omogeneizzato, la straordinaria attrice inespressa incapsulata dentro un ruolo ripetitivo e ributtante per tutta la vita? Oppure una diva bizzosa e incapace di imparare dai propri errori? Forse tutte queste cose assieme, ma soprattutto, infine, Blonde” ci fa capire che Marilyn Monroe è stata innanzitutto una vittima: del suo tempo, della sua Storia, del suo corpo.

Quel corpo che l’aveva resa famosa, ricca, e allo stesso tempo maledetta, così come quella maschera pirandelliana che fu costretta ad indossare persino dopo la sua morte, ancora oggi, costretta dentro un mito che non avevano scelto n’è voluto fino in fondo. Forse la De Armas non riuscirà ad entrare tra le candidate agli Oscar, ma la sua rimane un’interpretazione sfavillante, coraggiosissima che ha distrutto però un mito del pubblico americano e un modo di raccontarlo. Difficile che questo le venga perdonato.

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Giulio Zoppello