“Athena”: il racconto di una sconfitta dell’Occidente

“Athena”: il racconto di una sconfitta dell’Occidente

Sole sui palazzi in costruzione, sole che splende su un campo di pallone, ma su quel campo di pallone si è appena consumata una tragedia: un ragazzino è stato ucciso di botte da un non meglio identificato gruppo di uomini in divisa, in una Parigi che è già una polveriera.

Sulla sua morte indaga in modo fumoso la polizia parigina, e a nulla serve l’appello del fratello maggiore della vittima, il soldato Abdel (Dali Bessalah), affinché non vi siano disordini. Il fratello minore Karim (Sami Slimane) infatti, leader dei ragazzi senza futuro e speranza della sua banlieue, guida un attacco a sorpresa alla caserma, dà il via ad una rivolta che in breve metterà sotto scacco l’intera città e la polizia.

Sarà soprattutto la scintilla che accenderà qualcosa di immane in tutta la Francia, il tutto mentre un terzo fratello, il gangster Moktar (Ouassini Embarek), cerca di mettere in salvo armi e denaro fregandosene di tutti, mentre un quarto fratello, Sebastien (Alexis Manenti) si prepara a giocare un ruolo imprevedibile nella rivolta.

Mentre la rivolta prende forma e si espande, la polizia armata e pronta a tutto avanza, con le sue fila piene di paura e violenza. Tra di loro Jerome (Anthony Bajon) che non sa nulla del come o perché è lì, sa solo che deve cercare di uscire vivo da una guerra urbana che a quella reale ha poco da invidiare.

Sarà solo l’inizio di un’escalation terrificante, che porterà i quattro ad attraversare l’uno la strada dell’altro, scambiarsi i ruoli d’identità, ad inseguire una vendetta che via via che si procede, a fare sempre più un casus belli generale.

“Athena di Romain Gavras ha profondamente diviso la Biennale di quest’anno, tra chi ne ha esaltato la potenza di una regia che oggettivamente non vedere premiata ha suscitato più di qualche perplessità, e chi invece ha denunciato una sceneggiatura inconsistente, a tratti anche abbastanza prevedibile.

Probabilmente questo film è entrambe le cose, e soprattutto un racconto muscolare, visivo, grazie alla straordinaria abilità con cui Gavras muove corpi e gli elementi, dentro cui fa perdere i suoi protagonisti condannati ad essere lo specchio reale di una situazione sociale irrecuperabile.

Negli anni ‘90 la Francia si era sublimata di una supposta vittoria sociale e culturale, della capacità di aver saputo integrare i figli delle ex colonie dentro il suolo patrio. Ma il cinema, già ai tempi di “La Heine” e poi con la serie actionBanlieue 13”, aveva da sempre mostrato il volto reale e desolante di un paese classista, razzista e incapace di progredire.

“Athena” è lo specchio di tutto questo, metafora in movimento di una guerra che non finisce e non finirà mai, non fino a quando la Francia non farà i conti con i propri scheletri nell’armadio, metterà da parte una grandeur che appare onestamente fuori tempo massimo.

Certo, la sceneggiatura di Romain Gavras, Ladj Ly, Elias Belkeddar non dice nulla di particolarmente nuovo, ma fa arrivare il messaggio con una potenza visiva devastante, ci rende partecipi di una totale cesura tra la società cosiddetta civile e gli ultimi, i rifiutati, gli esclusi di una capitale che è da sempre il cuore pulsante della storia d’Europa, nel bene e nel male.

Gavras è un regista che vive di contrasti, che ama immergersi completamente dentro il mondo che descrive, lo fa anche questa volta, superandosi rispetto ai già notevoli “Il mondo è tuo” e “Our Day Will Come”.

“Athena” è contemporaneamente microcosmo e macrocosmo, è realtà e finzione, è tragedia shakespeariana innestata su una tragedia vera, reale, sulla ghettizzazione che non accenna a smettere, su uno spaccato che è soprattutto quello della società occidentale odierna. A tutti gli effetti si tratta di una resa, della morte della società intesa come comunità di intenti, il ritorno a quel Medioevo a cui tutti abbiamo assistito in questi ultimi anni, a cui la pandemia ha dato semplicemente un’accelerazione.

Parte della critica non ha gradito, l’ha trovato un esercizio narcisista e pretestuoso, una semplice dimostrazione di una bravura che non va al di là della tecnica, della capacità di creare una sorta di “1917” moderno. Ma la realtà è che come sempre la verità dà fastidio quando si palesa in tutta la sua forza, quando allontana ogni tipo di descrizione consolatoria o manichea, dal momento che la realtà delle banlieue è grigia, mai nera o bianca.

In quel grigio, che è il cemento, il fumo, i corpi calcinati, Gavras ci fa perdere per farci raggiungere infine la suprema verità: questo è ciò che siamo e non è ciò che volevamo, ciò che ci era stato detto. Ecco allora che Athena” più che distopico action di massa, diventa il funerale della Terza Via, la disamina di ciò che è rimasto delle buone intenzioni degli anni ‘90 e degli ideali di allora: la guerra tra disperati.

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Giulio Zoppello