“Il Signore delle Formiche”: l’amore e la moralità del primo processo per plagio

“Il Signore delle Formiche”: l’amore e la moralità del primo processo per plagio

 “Chiunque sottopone una persona al proprio potere, in modo da ridurla in totale stato di soggezione, è punito con la reclusione da cinque a quindici anni.” – Art. 603 del Codice Penale.

Introdotto durante l’epoca fascista, il reato di plagio fu applicato per la prima volta durante il processo che si svolse alla fine degli anni 60 a Roma. Un processo che ovviamente fece grande scalpore e raccontato dal regista Gianni Amelio alla 79esima Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ne: “Il Signore delle Formiche”, film in Concorso in Selezione Ufficiale.

Alla fine degli anni 60, come detto, a Roma, il drammaturgo, poeta ed ex partigiano Aldo Braibanti, tornato al suo paese natale nei dintorni di Piacenza, creò una sorta di centro culturale per giovani, scatenando di conseguenza il sospetto dei compaesani, che mal sopportavano la sua idea di cultura, la sua visione politica e che egli indottrinasse, se così si può dire, i loro figli.

Tra loro Ettore Tagliaferri, con il quale Braibanti instaurò una relazione omosessuale che portò la famiglia del giovane, intenzionata a porre fine a tale rapporto, ad accusarlo per l’appunto di aver sottomesso alla propria volontà, in senso fisico e psicologico, il giovane. Braibanti fu così condannato a 9 anni di reclusione, ed Ettore, rinchiuso in un ospedale psichiatrico e sottoposto a una serie di devastanti elettroshock, affinché “guarisse” da quell’influsso definito “diabolico”.

Una pura e semplice storia d’amore quelle che Amelio ha voluto raccontare, al di là dell’importante fatto giuridico che in realtà servì, semplicemente, a mettere sotto accusa i “diversi” di ogni genere, i fuorilegge della norma.

Una vicenda a più voci, dove, accanto all’imputato, prendono corpo i familiari e gli amici, gli accusatori e i sostenitori, e un’opinione pubblica per lo più distratta o indifferente, e dove solo un giornalista de L’Unità Ennio Scribani, s’impegnò a ricostruire la verità, affrontando diffidenze e censure, e rendendosi conto ben presto del disinteresse dello stesso Partito Comunista, che definì lapidariamente il Braibanti come un “invertito” che non meritava alcun aiuto.

“No voglio essere per forza quello che smonta la retorica di certe situazioni. Io in genere faccio un film se qualcuno me lo offre, e non perché lo penso io stando solo seduto in una stanza a spremermi le meningi. Io aspetto che mi chiamino. Ne ho il diritto perché ho un’età” – dice con ironia Amelio nel corso della conferenza stampa – “Un giorno mi arriva la telefonata di un grande regista, Marco Bellocchio, che mi invita nel suo ufficio di produzione che si chiama Kavac Film ed ha un solo difetto, si trova sulla Nomentana. Io prego Simone Gattoni di venire in Prati, ho di trovarmi un quartino dalle sue parti” – spiega Amelio strappando dei sorrisi generali – “Vado e mi propongono un documentario su Aldo Braibanti, poiché avendo fatto in precedenza un film intitolato ‘Felice chi è diverso’, mi consideravano un po’ un esperto della materia. In quell’occasione avevo chiamato Aldo e ci eravamo parlati tante volte per trovare il giorno giusto affinché io potessi andare a trovarlo, ma non stava bene e mi disse che non si poteva fare. Nel frattempo avevo trovato dei documenti che ricordavano con una curiosità malsana il suo interesse per le formiche, e dopo aver rifiutato il documentario ho rilanciato con un film. Il giorno dopo Simone Gattone mi chiama e mi invita ancora. Sono andato e sia lui che Bellocchio hanno accettato il film, e ho detto immediatamente loro che si sarebbe intitolato ‘Il Signore delle Formiche’. Ovviamente mi hanno poi chiesto con chi volessi sceneggiarlo, dicendo subito che non volevo grandi nomi poiché non ci sarebbe stata freschezza, novità ed entusiasmo. Ho scelto due giovanissimi, per me professionalmente sconosciuti uno dal punto di vista della sceneggiatura, e l’altro totalmente, sono Edoardo Petti e Federico Fava.”

“Abbiamo sceneggiato il film, anche se è una fase in cui io non capisco nulla perché scrivo male e soprattutto qualsiasi cosa mi capita, perché tanto so che qualsiasi genialità io metta sulla carta poi la cambio, e così è partito il film” – continua Amelio“Le riprese sono finite con due giorni di anticipo e ho detto: ‘Sono l’uomo più disperato del mondo’. Capita di non essere felici e io non lo sono neanche adesso. Il film sarà bellissimo, avrà il suo cammino, il suo percorso, lo seguitò anche nell’ultima parrocchiale rimasta a Malta, darò tutto quello che ho, come entusiasmo e voglia di lavorare, però non sono felice. Vi auguro di essere più felici di me.”

“La mia infelicità tuttavia non si riferisce al film, di cui sono felicissimo e forse si tratta della cosa più bella che ho fatto” – aggiunge Amelio “Bensì si tratta semplicemente di faccende private, delle fragilità che si presentano quando stai facendo un film e che io professionalmente non ho perché sono forte. Un lato che ho scoperto durante la lavorazione del film poiché ho vissuto una storia d’amore molto tormentata. Un sentimento che tutt’ora non passa e di cui il film forse ha giovato. Ho scoperto in me le medesime fragilità di Aldo. Penso di aver dato il massimo in questo film e se non l’ho fatto è perché ho dei limiti come regista. Amo questo film, in cui è presente, come negli altri da me realizzati, lo scontro e l’incontro tra due generazioni, e la storia d’amore tra un uomo e un ragazzo più giovane.”

Interpreti protagonisti, Luigi Lo Cascio nel ruolo di Aldo Braibanti, Leonardo Maltese in quello di Ettore, ed Elio Germano nel giornalista Ennio Scribani.

“Io non so se ho trovato il personaggio di Aldo Braibanti, ma l’ho cercato con molta passione, e continuo a cercarlo tutt’ora” – dichiara Luigi Lo Cascio“Si tratta di un personaggio all’interno di un film, e di una sceneggiatura, enigmatico, poiché ha dei punti che stranamente sembrano in contrasto tra di loro. Mi viene in mente la sproporzione tra la grandezza, la sicurezza, la certezza all’interno del suo campo d’azione che è quello dell’arte, come regista, scrittore, poeta, maestro, e le sue forti fragilità nel sentimento amoroso, nelle relazioni, in cui subentra la gelosia e le perplessità sui comportamenti reciproci” – spiega – “E’ un elemento che mi ha affascinato molto, così come, perché chi conosce la vicenda sarà più facile capire cosa intendo dire, l’imputazione per plagio. Un filosofo quindi, un uomo che ha una capacità di linguaggio molto forte e delle idee chiare sulla propria innocenza, che si ritrova nel momento cruciale quando deve dire la sua e contrapporsi ai suoi persecutori, che sceglie inizialmente la strada del silenzio, ed è per l’appunto enigmatico. Mi ha molto colpito la ricerca delle motivazioni che lo hanno spinto ha decidere ciò e mi ha appassionato la decisione stessa. Quella che mostro è di conseguenza un’interpretazione composta da tanti elementi.”

“Il film affronta tante tematiche, e soprattutto la passione di Braibanti, e il fatto che il suo amore viene definito plagio. Una passione che anche oggi viene riconosciuta come sconveniente, poiché si considerata il profitto e la finalità di un’azione. Chi svolge con passione il proprio lavoro infatti ha una vita più difficile di chi lo fa per arrivismo e interesse personale” – afferma Elio Germano – “Nel mio personaggio si vive un po’ questa contraddizione, e ripeto a mio avviso si tratta di qualcosa di molto contemporaneo, poiché non è difficile riconoscersi nella precarietà di un lavoro che deve essere fatto in tutti modi tranne che non passione, ma solo obbedendo e possibilmente sgomitando per calpestare i propri colleghi nell’ottica della scalata sociale, e non sentendo il proprio lavoro come un modo per contribuire alla collettività. Una svalutazione morale che riguarda tutti e non solo il mestiere di giornalista, e responsabile del decadimento culturale e qualitativo del nostro paese.”

“Questa è la prima esperienza cinematografica per me, e devo dire che la mia vita è cambiata da quando è iniziato il set” – dice Leonardo Maltese“Ho avuta la fortuna di trovarmi circondato da persone che mi hanno fatto sentire sicuro, a partire da Gianni Amelio che mi ha guidato e dato fiducia, una cosa molto rara da oggigiorno, dagli altri e in particolare da Luigi, grazie al quale ho imparato tantissimo semplicemente osservando cosa facesse quando era sul se. Per quanto riguarda il personaggio di Ettore, ho fatto delle ricerche sulla storia, ma come ha detto anche Gianni, oltre ad essere il caso Braibanti è una vera storia d’amore quindi ho tirato fuori il personaggio semplicemente dalla sceneggiatura, era tutto scritto li, io ho fatto solo del mio meglio per rendergli giustizia.”

Scritto dallo stesso Amelio assieme a Edoardo Petti e Federico Fava, “Il Signore delle Formiche” coinvolge, commuove ed emoziona, grazie al ritratto nudo e crudo di una vicenda, non da tutti conosciuta, e di un argomento ancora oggi non accettato.

© Riproduzione Riservata

Emanuela Giuliani