“Peaky Blinders”, l’addio a uno degli show più belli di tutti i tempi

“Peaky Blinders”, l’addio a uno degli show più belli di tutti i tempi

Tra le serie di genere più riuscite, notevoli e amate degli ultimi tempi, “Peaky Blinders” prende commiato dal suo pubblico e lascia un vuoto probabilmente incolmabile. Nato dalla fervida mente (e scrittura) di Steven Knight, nel lontano 2013 – in Italia è arrivato solo nel 2015 – lo show ci ha accompagnato per quasi un decennio. La sesta e ultima stagione, composta di 6 episodi come le precedenti e disponibile su Netflix dal 10 giugno 2022, mette la parola fine alle vicende della famiglia protagonista, conosciuta come i “fottuti” Peaky Blinders.

Thomas Shelby (magistralmente interpretato da Cillian Murphy, presto in “Oppnheimer” di Christopher Nolan) sta affrontando una sua personale crisi esistenziale. Determinato a togliersi la vita, sfugge la sorte per uno strano scherzo del destino, su cui ha messo lo zampino il fratello maggiore Arthur (Paul Anderson). Trascorrono 4 anni, ma i guai non smettono di perseguitarlo. Michael (Finn Cole) si è messo in affari con una banda di Boston per il traffico di oppio, dopo avergli giurato vendetta per la morte di zia Polly (Helen McCrory, alla cui memoria è dedicato il primo episodio). Nel frattempo Lizzy (Natasha O’Keeffe) è alle prese, da sola, con la malattia della figlia avuta con Tommy, Ruby, e Arthur ricade nella spirale della dipendenza.

Dinanzi a un prodotto come “Peaky Blinders” ci si rende conto della potenza della buona scrittura. In 6 episodi viene concentrato e raccontato un mondo, a cui fa da cornice niente meno che l’avvento del Nazismo. Un mondo popolato da uomini e donne di una profondità toccante, le cui sfumature permettono di delinearne gli animi e di imprimersi nei cuori degli spettatori. La poetica di “Peaky Blinders” ha fatto scuola. E nulla sarà più lo stesso, dal momento in cui per la prima volta gli Shelby sono comparsi sulla scena. Ormai l’immaginario di quel particolare periodo storico e di quel genere televisivo avrà sempre un paragone importante, oltre che un solido punto di riferimento.

Se lo script gioca un ruolo principe all’interno dello show, lo si deve anche al senso e al valore della famiglia che lo percorrono. Tutto ruota intorno ai componenti, ai rapporti tra l’uno e l’altro; il sangue conta sopra ogni cosa, è un legame indistruttibile e viscerale. E se si viene costretti a spezzarlo, quella ferita non potrà rimarginarsi mai più. La perdita, il lutto, la sofferenza fanno parte degli Shelby – e di chi li frequenta – andando a scalfirne la superficie di una pelle che più dura non si potrebbe. Eppure la loro umanità non è mai messa in dubbio, perché dinanzi a noi vivono e si muovono esseri fatti di carne e ossa, di spirito e sentimenti.

Lo stile, così suggestivo da risultare talvolta commovente, arricchisce ogni singolo momento di queste esistenze. Merito delle competenze e della sensibilità artistica di George Steel, che ha curato la fotografia, ma anche della scelta di affidare tutti gli episodi di una stagione (con l’unica eccezione della prima, che ne ha visti alternarsi due) a un solo regista, così da avere ben presente il focus su cui puntare.

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Sabrina Colangeli