“Sogno di volare”, a #Giffoni2022 presentato il docufilm in cui i giovani si riappropriano degli scavi di Pompei grazie al teatro

“Sogno di volare”, a #Giffoni2022 presentato il docufilm in cui i giovani si riappropriano degli scavi di Pompei grazie al teatro

Un giorno, ero da poco stato nominato a Pompei, tornando a casa pensavo alla divisione tra il sito e il territorio circostante, un territorio difficile. E mi sono chiesto cosa potevamo fare noi per superarla”. Così, nella mente del direttore generale del Parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel, inizia a prendere forma quello che ora è “Sogno di volare”, il progetto del teatrale del Parco per i giovani del territorio vesuviano. Un progetto che “mette in vita” sulle scene (la prima nel Teatro Grande di PompeiUccelli di Aristofane e che sarà un docufilm per Giffoni Film Festival.

L’emozione, nella sala Truffaut, è tangibile. Sul palco, alcuni dei protagonisti del progetto. A iniziare proprio da chi lo ha voluto. “Sono tante le difficoltà che viviamo a Pompei come comunità” – spiega Zuchtriegel“Mentre Pompei è un sito Unesco, un modello per altri siti non solo in Italia, dove le persone arrivano da tutto il mondo. Insomma, vedevo due realtà, perché la recinzione del Parco non è significante per l’esperienza del visitatore”. Per la comunità, invece, sì. “E allora mi sono chiesto: cosa possiamo fare oltre ai soliti laboratori e alle visite? Un’altra volta in questo modo i ragazzi sarebbero stati passivi recipienti delle cose noi diciamo. La scuola – aggiunge – è oggi focalizzata sui contenuti e c’è poco spazio per la creatività. Io ho pensato di rendere i ragazzi protagonisti”. E così è stato ed è. Due le scuole coinvolte: il liceo Pascal di Pompei e l’istituto tecnico Pantaleo di Torre del Greco. “I ragazzi hanno lavorato con artisti importanti, persone di altissimo livello” – continua Zuchtriegel – All’inizio è stato difficilissimo spiegare che non volevamo fare il solito teatrino scolastico. Tutti si chiedevano che c’entra Pompei con questo. Secondo me c’entra molto. E uno dei pochi che sin da subito lo ha capito e mi ha appoggiato è stato Claudio Gubitosi, che mi ha aiutato con tutto il gruppo di Giffoni”. Infine, il direttore del Parco non nasconde la sua emozione: “Sapevo dall’inizio che sarebbe stato bello. Anche se poi sono rimasto colpito. E durante la prima ero in lacrime. E voglio piangere di nuovo mentre vede il documentario”. Documentario atteso per l’autunno.

Commosso anche il fondatore e direttore del Giffoni, Claudio Gubitosi: “Anche per noi di Giffoni è stata una bella avventura”, esclama. E rievoca Giffoni Hollywood, con i giffoner nel teatro scenario della notte degli Oscar, paragonando quell’immagine all’immagine dei ragazzi del vesuviano nel Teatro Grande di Pompei. “Gabriel ha centrato: Pompei è un luogo unico al mondo, non può essere lontano da chi vive vicino a quelle mura”. Gubitosi aggiunge: “Anche questi ragazzi erano invisibili, e adesso non lo sono più. Vederli nel Teatro Grande impossessarsi di quel luogo ci ha fatto trasformare: eravamo anche noi sul palco. Io mi sono commosso”, confessa. Ed elogia l’intero team di Giffoni che ha lavorato al documentario: “Oggi siamo qui anche per celebrare la nostra vittoria”.

Entusiasti i ragazzi. “Gabriel ha fatto un grande lavoro, perché ha conciliato il mondo degli adulti e delle persone con una carica importante con il mondo dei ragazzi” – racconta Simone Di Franco – “È stato bellissimo potersi interfacciare con chi nel suo campo è un grande professionista. È stata una bella esperienza: ci ha dato modo di farci sentire come giovani e come cittadini”. E ancora: “Da grande farò il cuoco, ma è stato bellissimo. Un’esperienza che ci ha lasciato tanto”. Così pure la giovanissima Ines Mennella. Che confessa: “Io non ero mai andata agli scavi. Oggi sono la mia seconda casa. Il Teatro Grande ormai mi appartiene”.

A confermare le emozioni di tutti anche Marcello Adamo, regista del documentario (la regia della messa in scena è di Marco Martinelli): “Ho iniziato non sapendo cosa sarebbe accaduto. Mi trovavo nella stessa condizione dei ragazzi” – racconta – “È stata una bella sfida che ho raccolto subito perché ho capito che sarebbe stata complessa: era lungo il percorso ed eravamo in un periodo difficile. Con le mascherine era anche difficile carpire le emozioni dei ragazzi. Poi, in realtà, vedendo il film le mascherine scompaiono, diventano invisibili. Così le telecamere. All’inizio” – dice – “erano timidi al loro cospetto. Alla fine per loro le telecamere sono diventate invisibili”.

A preparare i ragazzi sono stati gli attori e insegnanti di recitazione Valeria Pollice e Gianni Vastarella. “Noi” – racconta quest’ultimo – “per ‘mettere in vita’ il testo di un classico chiediamo ai ragazzi cosa a loro non piace, ma poi anche cosa piace. Cerchiamo un contatto con loro per riscrivere le parole, in questo caso di Aristofane, dopo tanti anni”. E Pollice, a proposito del protagonismo dei ragazzi e dell’attenzione alle loro esigenze, aggiunge: “La prima regola di una comunicazione che funzioni è l’ascolto, e l’ascolto deve essere reciproco. Credo che con i giovani si faccia l’errore di pensare che le domande che faremo non riceveranno risposte abbastanza soddisfacenti. Ma non è vero. Bisogna essere coraggiosi quando si fanno le domande e disposti ad accettare le loro risposte”. Perché “i ragazzi hanno tantissime domande e tantissime risposte”.

La Redazione