“Elvis”: il successo, la fragilità e la rivoluzione del Re del Rock’n Roll

“Elvis”: il successo, la fragilità e la rivoluzione del Re del Rock’n Roll

Sono tante le leggende che avvolgono la vita e la morte di personaggi le cui azioni, il cui stile e dono hanno segnato, rivoluzionato e cambiato per sempre il mondo del cinema, della televisione e della musica, aprendo le porte a una nuova era, a una nuova generazione.

Storie, aneddoti, episodi e dettagli che ruotano attorno a loro, pezzi di un infinito puzzle, che contribuiscono tutt’ora a rendere la figura di questi artisti ancor più leggendaria, eterna, immortale, come Elvis Presley, il Re del Rock’n Roll.

Un’esistenza la sua, letteralmente travolta e tormentata da una fama e da un successo cercato e voluto, ma che lui stesso non è stato in grado di gestire, e raccontato dal candidato all’Oscar Baz Luhrmann in: “Elvis”.

“Se lo sogni puoi farlo”

Una rivisitazione personale esteticamente ed estremamente kitsch dal ritmo frenetico, in cui il regista di “Moulin Rouge!” e de “Il Grande Gatsby”, fedele a se stesso, non si è risparmiato, con la musica che spaziando dagli originali brani d’epoca alle cover contemporanee, la fa da padrona trascinando lo spettatore in quel vortice luccicante rivelatosi poi autodistruttivo.

Presentato in anteprima Fuori Concorso al recente 75esimo Festival di Cannes, in “Elvis”, Luhrmann, focalizza l’attenzione sul rapporto tra l’indimenticabile star, interpretata da uno strabiliante ed incredibilmente somigliante, sia nell’aspetto che nella voce, Austin Butler, completamente immerso nello spirito tanto ribelle quanto fragile di Elvis, con l’alquanto enigmatico, subdolo manager, il colonnello Tom Parker, dal volto, se pur pesantemente coperto dal trucco prostetico, di Tom Hanks.

Un legame narrato proprio attraverso gli occhi di quest’ultimo, e mostrato con l’effetto cinematografico della lente di un prisma, con il mondo che gira, confonde e stordisce mentre esplora e approfondisce le complesse dinamiche tra i due nell’arco temporale di 20 anni. Dagli esordi al successo di Presley, che raggiunse un livello di celebrità senza precedenti sullo sfondo di un panorama culturale in evoluzione che portò alla perdita dell’innocenza in America.

“Quando le cose sono pericolose da dire…canta!”

Un viaggio che vede un’adolescente di Memphis, appassionato di fumetti, alla ricerca della propria identità e del dono che lo trasformi in un supereroe. Un desiderio che lo spingerà a seguire le voci di un Coro Gospel provenienti dalla Chiesa del quartiere, un’energia mistica che lo affascinerà a si impossesserà della sua anima. Una rivelazione, un talento che emergerà con prepotente determinazione, il suo superpotere per l’appunto, grazie al quale conquisterà e muoverà milioni di persone, completamente perse ed ammaliate dal suo ancheggiare e da tutti quegli impulsi che la società di allora condannava, e che lui sfidò.

“Se non mi muovo non so cantare”

Un percorso in cui tuttavia, ad essere ben chiari saranno l’influenza, l’avidità e la capacità di manipolazione di Parker su Elvis, il quale, a suo dire, ha scoperto, plasmato, e fatto sedere sul trono dell’Olimpo, e che, per far fronte ai propri debiti di gioco da cui era dipendente, spremette fino al midollo, relegandolo infine nella gabbia d’orata di Las Vegas che aveva costruito apposta per lui.

Ciò nonostante, il film essendo una trasposizione del tutto personale, che soprattutto omaggia il Re, la domanda in merito a quanto realmente la volontà di Parker possa aver guidato e deviato la vita pubblica e privata di Elvis, impendendogli di esplorare il suo innato e ineguagliabile carisma e talento, non ha ancora riposta.

Perplessità, dubbi e accuse inoltre che lo stesso Parker, che qui assume le sembianze di un vero e proprio villain, ha cercato di capovolgere ribadendo che ad uccidere Elvis sono stati l’amore e la devozione che questo provava nei confronti dei fan e per il quale ha sacrificato ogni fibra di se stesso, e non l’esaurimento fisico e mentale dovuto al suo sfruttamento.

“Elvis”, è il ritratto sfarzoso di un simbolo fragile, in cui spesso però a mancare, a causa dell’adrenalinico dinamismo narrativo, è la dovuta viscerale emotività, presente con più decisione solo nella seconda parte della storia molto più intima e familiare, dove la figura di Priscilla, moglie di Elvis, si fa sentire. Un quadro che in ogni caso coinvolge, e la cui intenzione è, come detto di onorare e mostrare secondo un altro punto di vista un angolo del Re della musica Rock.

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