“Il Male non Esiste” – Recensione: la vita è un bene prezioso e va preservato ad ogni costo

“Il Male non Esiste” – Recensione: la vita è un bene prezioso e va preservato ad ogni costo

“Aver commesso un crimine non dipende da te. Non sono forse io che devo giustiziarlo?”

L’iraniano Mohammad Rasoulof, vincitore con la sua pellicola dell’Orso d’Oro a Berlino, porta sullo schermo quattro storie di uomini, intrecciati da un solo tema comune, che prende forma e ‘vita’ fotogramma dopo fotogramma, mostrando la terribile verità nascosta dietro la mancanza di scelta, dietro la privazione della libertà.

Un grido di allarme che non può lasciare attoniti, ma che va ascoltato, un iniziale sibilo quasi sordo e costante che lentamente lacera ed apre altre ferite, sempre più incisive, sempre più oscure ed inaspettate, anche se avvolte da uno spietato ed arido sole che brilla incurante.

Quattro modi diversi di reagire ed ‘opporsi’ ad uno stato dispotico, perché anche all’interno di un regime esiste, per ognuno di noi, una possibilità di scelta, un varco per chiudere definitivamente i conti con la propria coscienza e con un mondo ostile.

La pellicola rappresenta il punto di arrivo di una condanna che non lascia scampo e che va portata agli occhi di tutti, anche di chi preferisce non guardare, pur di far parte di un sistema.

“Temevo il servizio militare perché voglio la libertà. Ma ora non voglio giustiziare nessuno: ma è un tuo dovere, devi obbedire agli ordini qualunque essi siano”

Un affresco che stringe le sue pennellate attorno ad un tema ancora fin troppo presente e discusso in molti paesi, quello della Pena di Morte. Un quadro che mostra la sofferenza che una tale scelta provoca, ma che offre anche una prospettiva diversa, una via di fuga a quell’abominio, una possibilità.

Molteplici sfumature che disegnano i contorni di un paese che non sa solo adeguarsi, ma sa scegliere e perseguire quell’onda di cambiamento, aprendo le porte alla vita, al rispetto, ad una diversa prospettiva.

Quella scintilla che sta negli occhi di guarda, che sa trovare la sua strada, perché conscia che da certi abissi non si può tornare indietro, si può scegliere di salvare la propria famiglia e i propri affetti, ma non si salva se stessi, mai. Un mosaico che si compone di frammenti, tracce indelebili scolpite nei racconti dei vari protagonisti, che procede a grandi passi, in un crescendo aulico, che porta ad una riflessione collettiva, ma profondamente intima.

L’Iran è lo Stato in assoluto al primo posto del mondo per numero di esecuzioni capitali: 246 nel 2020, oltre 250 nel 2021 e già 46 nel primo mese del 2022. I condannati non sono soltanto i colpevoli di omicidio o gli arrestati per reati di droga, ma anche i dissidenti politici e gli esponenti delle minoranze etniche.

Al di sopra di tutto una natura aspra e selvaggia, ma sicuramente più accogliente di un cuore di tenebra umano, che il regista racconta attraverso primi piani evocativi e piani sequenza aperti, non senza posare il suo giudizio su un cambiamento che dovrebbe essere l’unica strada, andare contro se stessi, una decisione al contempo grave ma mai così giusta. Meglio intraprendere una vita di sensi di colpa e di tormenti, che togliere una vita, un peccato di cui nessuno dovrebbe portarne il peso.

Un film pregno di etica e civiltà, capace di aprire una finestra su un mondo a noi ancora sconosciuto, mostrarne le contraddizioni e le crudeltà, ponendo un grande quesito interiore: saprà l’uomo affrancarsi dalla sua vera natura, lanciando il cuore oltre l’istinto?

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Chiaretta Migliani Cavina