“Occhiali Neri” – Recensione: il cono d’ombra di un’eclissi di sole in ognuno di noi

“Occhiali Neri” – Recensione: il cono d’ombra di un’eclissi di sole in ognuno di noi

“I nostri antenati pensavano che la sparizione del sole fosse la fine del mondo”

“Occhiali Neri” presentato fuori concorso, nello Special Gala della 72esima Berlinale, segna il ritorno alla regia di Dario Argento, a dieci anni di distanza da “Dracula 3D”.

Dario Argento, con la sua genialità, ha marchiato “con il sangue” un lungo periodo, attraverso i suoi horror/thriller e attraverso questa sua ultima opera, con Ilenia Pastorelli e Asia Argento, tenta di ripercorrere la lunga guida rossa del passato, senza però riuscire a far rivivere a pieno la forza dei suoi capolavori.

Argento, in “Occhiali Neri” ribalta il punto di vista di “Opera”, sceneggiato sempre con Franco Ferrini, dove l’occhio era costretto, dagli aghi sotto la palpebra, a vedere forzatamente ogni cosa, mentre qui lo oscura fin dall’inizio, come la luna fa con il sole durante l’eclissi ed usa quegli stessi occhiali che permettono la visione del fenomeno, come unico schermo per quella inaspettata cecità.

Il maestro del brivido aveva già “lambito” il tema della cecità, basti ricordare Karl Malden de “Il gatto a nove code” e il Flavio Bucci di “Suspiria”, tra gli altri.

Qui l’occhio di Diana, una escort navigata, improvvisamente privato della vista, non è capace di affrontare le minacce che la circondano da sola e in suo aiuto viene un bambino cinese, di nome Chin, unico sopravvissuto ad un incidente provocato proprio da lei, mentre tentava di scappare dal serial killer di prostitute.

Grazie all’aiuto di Rita, Asia Argento, assistente per ciechi, e del piccolo Chin, Xinyu Zhang, al suo esordio, Diana riuscirà a tornare alla vita di tutti i giorni, ma sarà proprio allora che capirà di essere ancora minacciata dal furgone del killer, intenzionato a concludere il suo lavoro ad ogni costo.

Il ricordo della grandezza di un tempo

“Occhiali Neri” è una pellicola priva della creatività di un tempo, dalla trama lineare e fin troppo banale, che non strizza l’occhio ai colpi di scena del maestro, ma si accoda ad un clichè consolidato, narrando la difficoltà sociale degli “emarginati”, come una escort diventata non vedente ed un immigrato cinese rimasto solo.

Il film è un continuo ripetersi di noti dejavu e di personaggi ordinari e poco incisivi, e la recitazione purtroppo non aiuta ad uscire da questo vicolo cieco, Ilenia Pastorelli su tutti, approssimativa e forzata. Unica nota positiva è la colonna sonora di Louis Siciliano, che riesce nel tentativo di ripercorrere sonorità care ad Argento e alla figlia Asia, che sembra avere intrapreso il cammino recitativo di mamma Daria Nicolodi.

Eppure nonostante tutto, appare qualche sprazzo di quel “simbolismo” caro al regista, dei “totem” che hanno sempre segnato le sue pellicole, come la decapitazione della prima prostituta in apertura, o come la pozza di serpenti nella quale si ritrovano Diana e Chin dispersi in una selva oscura.

La morte che ripercorre ed apre il lungometraggio, come la morte del sole e la morte delle prostitute, una morte, come quella dell’eclissi, che spaventava gli animali e gli antichi. Quella stessa eclissi che turba, ma attrae Diana, non a caso dal nome della dea della caccia, che si ritroverà privata dello sguardo, della possibilità così cara al regista di cogliere l’immagine, elaborarla, raccontarla. Una cieca che sa andare oltre in un mondo che non sa vedere, che è il vero marcio di cui avere paura, incapace anche di soccorrere una prostituta aggredita, quello stesso mondo partorito da Goya secondo cui “il sonno della ragione genera mostri”.

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Chiaretta Migliani Cavina