“E’ andato tutto bene” – Recensione: l’importanza della vita che va vissuta non consumata

“E’ andato tutto bene” – Recensione: l’importanza della vita che va vissuta non consumata

“La realtà è un’illusione e tu sai già cosa devi fare. Voglio che mi aiuti a farla finita”

L’ultima fatica di Ozon è tratta dall’omonimo romanzo autobiografico di Emmanuéle Bernheim, storica collaboratrice del regista dai tempi di “Sotto la sabbia” e racconta il viaggio difficile dentro se stessi e verso l’altro di due figlie ed un padre, il quale vuole essere aiutato a morire a seguito di un gravissimo ictus estremamente invalidante.

Il regista affronta in modo deciso ma al tempo stesso delicato, come una piuma al vento, il tema del suicidio assistito e della volontà di abbandonare questo mondo da parte di chi sa che può solo limitarsi a sopravvivere, non a vivere.

Una storia all’inseguimento di fantasmi da sconfiggere, di legami da rescindere per lasciarli librare alti, liberi e sereni, impersonificati dal talento elegante e un pò svagato di Andrè Dussolier, Andrè il padre, che mette di fronte a questa scelta una delle due figlie, la maggiore Emmanuele interpretata da Sophie Marceau, seminando zizzania oltre che disperazione.

Un padre che fin dall’infanzia delle due figlie è stata una presenza ingombrante, soprattutto per la prima, una figura imponente, rigida, che amava sfidare e mettere alla prova la sua famiglia. Ricordi e segreti che il regista ci mostra in un flashback di memorie chiave, sprazzi di vita vissuta intensamente.

In questo quadro familiare sovversivo non può mancare anche la totale assenza di una madre malata di Parkinson ed afflitta da depressione, insieme ad un curioso e misterioso personaggio, chiamato G.M (grossa merda) dalle due sorelle, che si rivelerà essere una figura determinante nella vita del padre.

Una pellicola dalla prima parte drammatica, dai toni quasi lirici, che poi cede il passo ad una leggerezza inaspettata, che segue i capricci e moti interiori del padre, che seppur malato non perde mai il suo carisma e il suo narcisismo esasperato.

Ozon corre con la regia su due binari paralleli, che però saranno destinati gioco forza ad incontrarsi: da un lato un corpo vecchio e malato in uno spirito affamato di vitalità e dall’altro lo sconquasso che una bomba di tale proporzioni può portare ad una famiglia, anche nei confronti della società.

E’ un passo a due costante lungo l’intero arco narrativo, tra le due figlie, tra Andrè e la G.M., tra Emmanuele ed Andrè, tra la vita e la rinuncia alla vita, se tale ancora si può chiamare nel caso di Andrè.

Ozon non lo porta in scena attraverso ideologie e scelte, ma lo mostra per quello che è, accompagnando la storia con il suo sguardo presente, come se la camera fosse un tutt’uno con i personaggi e le emozioni. Il regista è un maestro nel mettere in scena il dramma umano lavorando per sottrazione ed anche qui affronta il tema così spinoso dell’eutanasia attraverso una lettura intimista, personale, portandola sul piano politico per fini pratici. Viene citata la legge francese che costringe l’uomo ad andare di nascosto a Berna da solo, per non far rischiare una denuncia alle figlie. Pur se in modo minimale ed aiutato anche dall’ironia sui costi proibitivi delle cliniche svizzere, Ozon non rinuncia a mandare un messaggio sulla necessità di questa legge alla sua nazione. Il compito di traghettare l’uomo verso la sua ‘libertà’ è affidato all’attrice feticcio di Fassbinder, Hanna Schygulla, che assiste la famiglia e sta accanto all’uomo nell’attraversare il ponte.

Un viaggio lussuoso e lussurioso, costellato di episodi divertenti e pennellate di noir, che tra rocambolesche avventure, ammiccamenti senza età e non senza dolori, non perde mai di vista l’epicentro di questa storia, la sua icona: il bisogno di essere liberi, ad ogni costo, perchè dove non c’è possibilità di vita, deve esserci almeno la libertà.

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Chiaretta Migliani Cavina