“Diabolik” – Recensione: il più grande criminale di tutti i tempi

“Diabolik” – Recensione: il più grande criminale di tutti i tempi

“Io sono un assassino. Se mi serve uccido. E la cosa mi lascia del tutto indifferente”

Diabolik è il re del male e il suo personaggio incarna moltissime anime, sovrastate dalla sua, spietata e solitaria fino all’incontro con Lady Eva Kant, complice, compagna e specchio, raccontato nel numero 3 del fumetto e trasposto al cinema dai fratelli Manetti.

Una sequenza iniziale intrigante, che si apre con il ladro in maschera che fugge al volante della sua iconica Jaguar nera, inseguito dalla polizia tra i vicoli di Clerville, luogo di fantasia ideato dalle sorelle Giussani nel 1962, collocato idealmente tra la Provenza e la Costa Azzurra e che i Manetti hanno spostato a Milano.

Un inseguimento che nasconde molte sorprese da parte del ladro, perfettamente aderenti al fumetto, ritroviamo alcuni gadget speciali, come una rampa che appare magicamente lungo la strada o un pulsante dall’effige del teschio che diffonde un gas letale tra le strade della città. E l’ispettore Ginko che si ritrova con un pugno di mosche mentre sospira il nome del suo acerrimo nemico Diabolik, vede stagliarsi un fulmine nel cielo che illumina il titolo.

Un prologo che sembra una sintesi perfetta del fumetto, lasciando intuire una pellicola al cardiopalma che, al contrario, si rivela un vero fallimento.

Una possibile idea di cinema di intrattenimento e di antieroe italiano, che quasi bisbiglia la competizione con il famoso MCU, peccando di ambizione e finisce per contorcersi su stessa, schiava di una recitazione forzata e di una dispersione tanto maniacale, quando inutile, nella ricostruzione dei dettagli.

Il frutto di una visione chiara e di una padronanza del fumetto sicuramente indiscutibile, ma causa essa stessa di uno spostamento di attenzione. Un buon film ha il compito di divertire e coinvolgere, “Diabolik” invece è un film spento e piegato da un’aderenza al fumetto che porta con sè immobilità e vacuità.

Perchè non limitarsi a cercare qualcosa di vivace e tensivo, invece di inseguire costantemente un’atmosfera sospesa e enfatica?

Sembra lo stereotipo di un film poliziesco, dove tutto si rivela una parodia, una convenzione che cerca di prendere vita, ma affonda forzatamente. Elementi come la Jaguar, la tuta nera e lo chignon biondo di Eva sono parte dell’immaginario collettivo della gran parte di noi e li ritroviamo quasi perfetti in Luca Marinelli e Miriam Leone, dallo sguardo intensamente magnetico, ma personaggi senza anima, controfigure vuote e perse dietro dialoghi spesso inutili.

La trasposizione è indubbiamente fedele, ma è come vedere sullo schermo un cinema muto tratto dal fumetto, con atmosfere perfettamente confezionate e studiate nei minimi particolari, ma senza nulla di spontaneo o travolgente. La flemma imposta alla recitazione uccide più di Diabolik stesso e si aggroviglia in dialoghi enfatici e artificiosi.

Uno stile che sembra sussurrare al noir, ma che ne è totalmente distante, di cui non solo si fatica a comprenderne la ragione, ma che finisce per mortificare l’intero cast rendendoli un teatrino di marionette.

Allo spettatore non resta che abbandonarsi lungo il ritmo ondivago del film fino alla fine e anche i molti momenti di stasi che avrebbero dovuto innescare la tensione preparatoria per le azioni a venire, in realtà diventano una tortura soporifera quasi seriale. Un peccato per il cast d’eccezione, oltre alla Leone e Marinelli, Valerio Mastrandrea, Serena Rossi, Claudia Gerini, Alessandro Roja ed altri e per la colonna sonora, empatica e in sintonia con il villain, in particolar modo nelle due canzoni create da Manuel Agnelli, unica spinta propulsiva del racconto.

“C’è chi insegue la sua occasione. C′è chi cerca d′esser migliore. C’è chi insegue il suo grande amore e c′è chi insegue la sua ossessione” e questa forse è l’ossessione dei Manetti, che hanno realizzato un prodotto fotocopia degli albi degli anni 60, nella tecnologia, nel design e nella fotografia patinata, ma avevamo bisogno di rivedere il fumetto sfogliandolo poco a poco o di riviverlo travolti dagli eventi?

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Chiaretta Migliani Cavina