“Tre Piani”: il senso di colpa come divenire di una vita

Tre Piani”: il senso di colpa come divenire di una vita

Nanni Moretti per la prima volta in assoluto decide di portare in scena un lungometraggio tratto da un’opera non sua, ma una sceneggiatura rielaborata insieme a Valia Santella e Federica Pontremoli basata sul libro di Eshkol Nevo “Tre piani”.

Il regista sposta l’ambientazione da Tel Aviv ad una palazzina borghese dei primi del 900, sita nel quartiere Prati in Roma e racconta la storia di quattro famiglie apparentemente avvolte da una quiete che regna sovrana, ma il cui fuoco che arde sotto la cenere devasta le loro vite apparentemente tranquille.

“Tre piani” si insinua nel profondo delle relazioni umane, dal disperato bisogno di amore al tradimento, dal sospetto al terrore di lasciarsi andare, al desiderio di riscattarsi nonostante i dolorosi colpi inferti dalla vita.

Attraverso le tre istanze freudiane, Es, Io e Super Io conosciamo i diversi personaggi con le relative famiglie.  Lucio, interpretato da Riccardo Scamarcio, è un uomo consumato dal sospetto che il suo vicino anziano abbia perpetrato violenza nei confronti di sua figlia di pochi anni, ed è la raffigurazione delle pulsioni basilari, cioè l’Es.

Monica, Alba Rohrwacher, è l‘Io, una madre che deve accudire i suoi figli da sola, anche detta la Vedova, in quanto il marito è sempre lontano al lavoro su una piattaforma petrolifera in mezzo al mare, con lo spettro della follia che non le dà tregua, simbolicamente rappresentata da un corvo appollaiato sul tavolo, emblema della sua pazzia impiciente, in bilico tra istinto e razionalità.

Moretti invece si ritaglia il personaggio del giudice, il Super Io, l’area psichica deputata al controllo, prestando il volto a Vittorio, un padre tutto d’un pezzo, inflessibile e rigoroso, che cerca, insieme a sua moglie Dora, anche lei giudice, interpretata da Margherita Buy, di riportare il loro figlio Andrea che non sono stati in grado di amare ed ora colpevole di omicidio, sulla retta via.

Tre vite, tre confessioni, tre espiazioni, che insegnano come nella vita per potersi liberare dei propri fallimenti, bisogna pagare per i propri sbagli.

“…così da sola ho pena di tutto, ma con lei qui è tutto più vero…”

Un romanzo che mostra la necessità di raccontare e raccontarsi, intrappolato in una pellicola distante e dolorosa, che non riesce ad affrancarsi dal mondo.

Un incipit meraviglioso, nella sua bellezza immutata e silente spezzata all’improvviso da un evento inquietante, non riesce a dipanarsi in modo naturale all’interno del lungometraggio, generando una messa in scena cristallizzata, quasi inespressiva e troppo forzata, come nel personaggio del giudice, cameo morettiano fin troppo esasperato.

“Tre piani” si dipana nell’arco di dieci anni, con i personaggi adulti che non crescono mai, a differenza dei bambini, interpretati da attori diversi, a voler rimarcare una mancanza di crescita nella consapevolezza, tranne nelle generazioni future, unici ad affrontare un vero processo evolutivo.

“Ogni gesto che noi compiamo anche nell’intimità delle nostre case ha conseguenze che si ripercuoteranno nelle generazioni future”

Un racconto di solitudine e rimpianti, di disagio emotivo e di incomprensioni, che però non riesce, nella sua messa in scena cinematografica, a creare empatia in sala, con vicende troppo forzate, che pur partendo dal pathos de “La stanza del figlio” non entrano nella coscienza di ognuno di noi.

Una pellicola fuori dal mondo, che seppur con una sceneggiatura fluida ed aderente al bellissimo libro di Nevo, non proietta i suoi personaggi nell’anima dello spettatore creando una barriera che annulla la caratteristica principale del cinema morettiano, la profondità scenica, che appare bloccata in una rappresentazione rigida e alienante.

“I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi. Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia”

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Chiaretta Migliani Cavina