“Il Potere del Cane”: ostacoli che vanno rimossi

“Il Potere del Cane”: ostacoli che vanno rimossi

“Libera l’anima dalla mia spada e il mio amore dal potere del cane”

E’ con queste parole della Bibbia che si chiude il ritorno sul grande schermo di Jane Campion, che dopo 12 anni presenta il suo ultimo lungometraggio “Il Potere del Cane” tratto dal crudo romanzo di Thomas Savage.

Siamo in un ranch del Montana, proprietà ed emblema di due fratelli, Phil (Benedict Cumberbatch) e George (Jesse Plemons), due uomini ai poli opposti dell’esistenza. Tanto il primo è carismatico ma rude, quanto il secondo è insicuro e gentile e il loro rapporto, già traballante, si complica quando George sposa Rose (Kristen Dunst) una vedova di un alcolista morto suicida e rimasta sola con un figlio, Peter (Kodi Smit- Mc-Phee).

Ritorna la terra aspra e selvaggia di “Lezioni di Piano”, anche se meno romantica e più meditativa e tornano anche i temi del romanzo ottocentesco, il rapporto uomo – donna e umanità e natura, letti attraverso un’ambientazione che è essa stessa la vera protagonista, la chiave di volta dell’intera pellicola.

Una landa impervia e remota e una divisione in capitoli che improvvisamente muta registro, sono gli elementi chiave dell’ultima fatica della Campion, premiata alla 78esima Mostra del Cinema di Venezia con il Leone d’Argento.

Un mondo selvaggio, dove ancora i genitori di Phil e George, chiamati dai figli “i vecchi signori” continuano a comportarsi da snob e da raffinati, in un’ambiente lontanissimo dalla loro cultura, ma, come in “Lezioni di piano” nulla è come sembra e chi apparentemente sembra rozzo non lo è affatto.  La regia, lungo la pellicola, riesce a mettere a nudo le vite interiori, scavandone l’anima, fino a renderla trasparente e lasciar condividere ogni punto di vista, ogni nuova sfumatura dei vari personaggi.

Attraverso campi lunghi, nuvole sullo sfondo e una natura teatro di una imminente tragedia la regista entra nei fantasmi di ognuno di loro, a partire dal messaggio iniziale nascosto nella voce di Peter fuori campo “Quando mio padre è morto, volevo solo aiutare mia madre”.

Dall’altro lato della barricata immaginaria c’è Phil, l’antieroe destinato a soccombere, che non vede di buon occhio Rose e Peter, fin dal loro primo incontro in sala da pranzo quando si prende gioco delle creazioni di Peter, che però affonda quelle certezze con uno sguardo indiscreto nel fiume, rendendo Phil nudo nella sua intimità.

Una visione che rimette in gioco tutti gli equilibri, complice il paesaggio che determina il carattere e i comportamenti degli abitanti, perchè per sopravvivere ad un ambiente così duro ci sono due scelte: adattarsi o soccombere. Quanto gli orizzonti sono sconfinati, tanto le anime dei personaggi sono vittime di fantasmi, intrappolati dentro se stessi.

Una storia di fantasmi, nascosti dentro di sè, come l’ossessione di Phil per Bronco Henry, leggendario cowboy degli anni ’50, che in realtà si rivela solo una facciata e come la facciata di perbenismo di Rose, corrotta dai demoni dell’alcool, che la portano a bere di nascosto.

Quel cane che ha più livelli di significato, a partire dai cani presenti come essenze di solitudine, fino a quell’elemento del paesaggio che Phil scorge come profilo nelle colline. Quel cane pronto all’inseguimento raggiungerà la preda, perchè così va il mondo. Nonostante quel profilo fosse sotto gli occhi di tutti, pochissimi riuscivano a vederlo e questo Phil apprezzava come elemento di un legame che sapeva andare oltre le apparenze.

Un dramma che brucia sotto la cenere, dove sono nascosti odio, invidia e gelosia e che si rivela feroce come la rabbia nascosta nella gentilezza calpestata.  Un monito per tutti coloro che trasgrediscono le regole, avvolti dal buio che aleggia nel profondo del cuore che, silenziosamente ed inaspettatamente, chiude il cerchio, una volta per tutte.

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Chiaretta Migliani Cavina