“Run”: una storia inquietante che scava le viscere dell’amore materno

“Run”: una storia inquietante che scava le viscere dell’amore materno

“Chloe è la persona più capace che io abbia mai conosciuto. Se c’è qualcuno di cui non doversi preoccupare quella è Chloe”

L’ultima fatica di Aneesh Chaganty, regista dell’acclamatissimo “Searching”, mette in scena un cocktail perfetto tra vita reale e mondo dell’immaginario dove l’horror prende forza in una storia dal crescendo rossiniano, in un’atmosfera claustrofobica che si snoda prevalentemente tra le mura domestiche, una letterale home sweet home.

Chloe, Kiera Allen, è una ragazza diciassettenne costretta all’isolamento per via della sua salute, ma pronta a spiccare il volo verso l’avventura del collage e conoscere così una nuova prospettiva, al di fuori del grembo materno.  Sarah Paulson, sua madre Diane, se ne prende cura costantemente e pianifica in modo quasi maniacale la loro routine quotidiana. Questa attenzione eccessiva ben presto svela il suo vero volto, un alter ego crudele e squilibrato.

Esiste un momento in un rapporto madre- figlio in cui quest’ultimo inizia a pensare che i suoi genitori gli tengano nascosto qualcosa, e questo passaggio segna l’ingresso del fanciullo in età adulta, momento in cui guarda il mondo con nuovi occhi e sceglie con la propria testa.

In “Run” questa contestazione segna l’incipit di un incubo hitchockiano, dove la donna che dovrebbe amarla nonostante e contro tutti si rivela una folle psicopatica, capace delle peggiori atrocità per tenerla legata a sè e sentirsi indispensabile per qualcuno per il resto della sua vita.

Una pellicola che dalle prime sequenze spinge sull’acceleratore, dove sono importanti anche le figure di contorno, una cornice che illumina la vera realtà di una vicenda morbosa e senza via d’uscita.

Sarah Paulson si rivela ancora una volta un’attrice dal talento drammatico e dall’elevato magnetismo e regge un intero film quasi interamente sulle sue spalle.

Anche la performance dell’esordiente Allen si rivela ancor più avvincente se si pensa che lei, anche nella vita reale, sta sulla sedia a rotelle, incrementando così l’autenticità anche nelle scene più borderline, dove è costretta ad escogitare piani ingegnosi per sfuggire al controllo materno.

Il personaggio di Diane è completamente distaccato dalla realtà e la sua doppia personalità si sviluppa nel corso della pellicola, mostrando una donna instabile che costringe un’altra coppia a vivere lo stesso incubo da cui lei è scappata, svelandoci fino a che punto è disposta a spingersi una madre apparentemente dolce e premurosa, pur di non perdere la sua ragione di esistere.

“Run” racconta un meccanismo reale, che più di una volta è finito in tragedia. Sarah Paulson con il suo sguardo fisso, avvolto nell’ombra, ricorda Kathy Bates in “Misery non deve morire” e porta in sè un terrore particolare, più efficace di ogni forma di violenza per far gelare il sangue.

Contribuisce anche una musica tensiva e la regia attenta di Chaganty, che ci mostra un tipo di inquietudine appagante quanto il terrore di una casa stregata, l’inquietudine di uno sguardo al tempo stesso intenso e vuoto, un moto di terrore che scaturisce dalle profondità insondabili della mente umana.

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Chiaretta Migliani Cavina