“Security”: la verità è invisibile agli occhi

“Security”: la verità è invisibile agli occhi

“Era come se fossi entrato in una cartolina dove tutto sembrava una perfetta messinscena e mi colpì una certa atmosfera fuori del tempo”

E’ una storia d’inverno, quando la città appare svuotata dalla spensieratezza estiva, quella narrata da Peter Chelsom in “Security”, ispirato all’omonimo romanzo di Stephen Amidon.  Un lungo e frastagliato dibattito sulla sicurezza che parte dalle riflessioni di un narratore super partes, che ci mostra le ville – fortezze di Forte dei marmi, le telecamere ravvicinate come in un loop inquietante, e la privacy che sembra essere annullata in nome di una “coscienza collettiva”, ma dove alla fine nessuno è comunque al sicuro, nemmeno da se stesso.

Il protagonista è Roberto Santini, interpretato dal volto noto di Marco d’Amore che qui diventa il responsabile della sicurezza del circuito di sorveglianza della cittadina di villeggiatura, e con il suo occhio vigile cercherà di fare luce sull’aggressione di una ragazza, Maria Spezi, ritrovata ferita e in evidente stato confusionale.

Un semplice addetto alla sicurezza che in questo lungometraggio ha un potere enorme, indagando da solo, senza alcun aiuto da parte delle forze dell’ordine, una figura che con la sua conoscenza rappresenta un elemento inquietante, uno squarcio deciso nella fiducia, che nel contesto di “Security” rappresenta comunque un confine labile.

La vittima sacrificale dell’opinione pubblica sarà il padre, l’alcolista ed emarginato dalla società Walter Spezi, interpretato da uno straordinario Tommaso Ragno, tra le rare prove attoriali degne di nota di questo lungometraggio, unico personaggio di qualità insieme a Fabrizio Bentivoglio, il quale dimostra ancora una volta di saper caratterizzare nel modo migliore figure oscure e senza coscienza.

Ma la verità si dimostrerà torbida e rimane nascosta nei salotti altolocati, tra figure politiche meschine ed oscuri demoni, artefici di un gioco sessuale squallido e violento.

Quindi, alla fine di tutto, quando la paura si insinua nelle case e nelle persone rimane un solo interrogativo: quale è il prezzo di un essere umano? Quanto vale veramente la sua sicurezza?

“E’ triste quando gli esseri umani escono dalle loro fortezze solo per condividere il dolore e ammettere le loro paure”

A fare da contorno e da cornice a questa storia sono diversi personaggi, dal professore che ha una relazione con la sua allieva, vestito da Silvio Muccino, al ritorno sulle scene dopo un lungo fermo, al politico corrotto e potente di Fabrizio Bentivoglio e la sua pupilla, Maya Sansa, candidata a sindaco e moglie di Roberto, disposta a qualunque compromesso in nome del successo.

Un contorno più riempitivo, che conoscitivo, diramazioni che rappresentano solo elementi di disturbo, e che, invece di rafforzare la trama, le fanno perdere mordente e la appesantiscono, in modo particolare nella sezione centrale della pellicola.

112 minuti con evidenti interruzioni di ritmo, eccessivamente dilatato in una lunghezza inutile e confusionaria, come a voler portare in scena la complessità del romanzo ma senza trovarne  la strada, tra  dialoghi didascalici e ridondanti, interpretazioni di certo non memorabili e tematiche non approfondite, che sfociano così  in una totale mancanza di continuità.

Un fil rouge interessante e una regia attenta, che però si disperdono nella struttura, mostrando lacune nella narrazione e nella sceneggiatura, ripetitiva e costellata di frasi prosaiche e di mancanza di equilibrio. Acrobazie inutili che avrebbero offerto un messaggio più efficace ed in linea con le tematiche affrontate, se ridotto all’osso. Una storia che nel finale sa comunque offrire un colpo di scena, ma che con un minutaggio più ridotto avrebbe forse centrato gli obiettivi prefissati.

“E’ triste quando una comunità si riunisce solo in occasione di una tragedia”

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Chiaretta Migliani Cavina