“I Care a Lot”: un mondo crudele di leoni ed agnelli

“I Care a Lot”: un mondo crudele di leoni ed agnelli

“Credete di essere brave persone, non lo siete: Credetemi. non esistono le brave persone…”

Marla Grayson, interpretata da una sublime e spietata Rosemund Pike, ci pone di fronte ad un’amara realtà, un mondo dove i perdenti sono le brave persone, circondate e intrappolate da un sistema che premia il più aggressivo e il più crudele in una società, quella americana, dal tessuto malato fin nelle falle del settore sanitario, il famoso “Obama Care” non a caso citato nel titolo del lungometraggio.

Marla è una tutrice legale a tempo pieno, senza alcuna umana empatia, che grazie alla sua figura integerrima ed alla sua abile dialettica, aiutata da un medico compiacente ed ottenuta la fiducia del tribunale, riesce a farsi assegnare la tutela legale di innumerevoli decine di anziani, interessata ai loro depositi bancari ed alle proprietà di questi soggetti fragili ed arrivati al limitare della loro vita.  Assolutamente non interessata in alcun modo alle loro condizione umana.

Emblematica del resto è la frase d’apertura, che non contempla vie di mezzo o sfumature, in quanto divide il mondo tra leoni ed agnelli e colloca la nostra protagonista ovviamente come una leonessa che vive la sua vita cacciando le persone, appunto, con la complicità della sua partner Fran, che individua gli anziani bersagli, ricchi e possibilmente senza alcun parente, come la apparentemente dolce signora Peterson, interpretata da Dianne West.

“I Care a Lot”: un mondo crudele di leoni ed agnelli

“Non fatevi ingannare dalle persone anziane, anche gli stronzi sadici diventano vecchi”

Una dark comedy, che ha trionfato ai Golden Globe 2021, quella di J. Blakeson, regista e sceneggiatore, che punta i riflettori sul sistema riservato a chi ha raggiunto l’ultima fase della sua vita, descrivendolo come una lotta di soli squali, capace di raggiungere vette di enfasi oltre ogni umano limite.

“I care a lot” è una lotta senza esclusione di colpi tra i due villain della malvagità, che qui si sfidano fino all’ultimo dollaro, senza alcuna intenzione di cedere, in una pellicola dove nessuno è innocente, aiutato da uno Stato dove il confine tra legale e criminale sembra quasi impercettibile.

Una battaglia tra titani quella ingaggiata tra Rosamund Pike e Peter Dinklage, dove la donna appare alla bieca società come un angelo di integrità e compassione. dall’aspetto elegante e composto, pronta ad aiutare chi non è in grado di comprendere la necessità di un aiuto, ingannando apertamente chi la guarda.

Tutto è studiato nei dettagli, dai colori pastello dei completi di Marla al suo vaporizzatore, che lei aspira per tutto il tempo, e che, a suo dire, le conferisce una potente ed appropriata “qualità di drago”.

“I Care a Lot”: un mondo crudele di leoni ed agnelli

“Se non puoi convincere una donna a fare quello che vuoi la chiami puttana e minacci di ucciderla”

Ma quando Marla sceglie Jennifer Peterson commette un errore di valutazione, non sceglie la vecchietta dalla porta accanto, ma una donna con un enorme segreto, e nonostante ne avverta il sospetto, non cede e va avanti, del resto lei stessa dice “Non perderò. Io non perdo”.

Così gioca al rialzo in una partita al massacro tra la sua tagliente sicurezza, i silenzi e le minacce del boss russo Lunyov, i suoi collaboratori e l’ostinazione dell’anziana signora, che con una mimica facciale sopra le righe riesce a comunicare la sua vera identità.

Un messaggio questo, che punta anche il dito contro chi accumula grandi ricchezze, un miraggio che si mostra raggiungibile solo grazie ad affari sporchi e giri loschi.

Un ritmo impeccabile, tranne qualche cedimento nella parte centrale, inquadrature veloci e una fotografia colorata, illuminata da suadenti luci al neon, con momenti d’azione incisivi e dialoghi sagaci e densi d’ironia tesi a dipingere un microcosmo apparentemente surreale, ma dallo spunto fortemente aderente alla realtà. Peccato che Blakeson si lasci prendere la mano e finisca per sconfinare in una metafora eccessivamente enfatizzata, sfiorando il ridicolo in alcune scene, con l’entrata in scena di una improbabile mafia russa, un fascinoso ed iconico avvocato e un del tutto irreale salvataggio da morte certa.

Ma nonostante questa vita descritta per 118 minuti come una giungla urbana, fatta di regole che esistono solo per essere aggirate, nonostante l’incitazione alla lotta per affermare il proprio super io, esaltando la valorizzazione della coscienza di sè, nonostante tutto questo, si insinua la sottile vendetta del karma, che, come un deus ex machina riporta l’equilibrio delle cose.

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Chiaretta Migliani Cavina