“Malcom & Marie”: luci ed ombre di un esercizio di stile

“Malcom & Marie”: luci ed ombre di un esercizio di stile

“Sei talmente solipsistica da vederti in ogni cosa”. Una battuta del protagonista, Malcom, un brillante John David Washington, nel pieno della voragine che mette in discussione una coppia nel momento che dovrebbe essere l’apice della loro vita, sulla soglia del successo, invece apre una finestra sul baratro nascosto in ognuno di noi, una finestra ridondante proprio come Marie, interpretata da una intensa ma ancora acerba Zendaya.

Sam Levinson al suo primo lungometraggio, parte dall’“Euphoria” di una coppia e si addentra, attraverso quadri fotografici snodati nello spazio umano del loro appartamento, nei meandri dei loro squilibri, tra dramma interiore e razzismo cinematografico. Un viaggio accompagnato dalla mano sapiente della camera deus ex machina del film e cullato da una colonna sonora complice, ma mai invasiva che parte con un brano totem per il significato della pellicola, “Down and up in New York City” di James Brown.

Tra primi piani stretti e lunghi piani sequenza che sembrano spaziare nelle varie stanze della gabbia dorata della coppia, si consuma il fil rouge della pellicola, costellata da dialoghi interminabili, sprazzi di eloquenti silenzi, un doppiaggio distratto ed un ritmo a volte fin troppo dilatato, soprattutto sia in assenza, che in sovraccarico di dialoghi.

"Malcom & Marie”: luci ed ombre di un esercizio di stile

“Solo se stai per perdere una persona le presti attenzione”

Un montaggio intrigante ed una scrittura incisiva, seppur troppo articolata, con citazioni importanti, come “Una moglie” di Cassavetes e “Marriage Story” in tempi più recenti. Ma a differenza di quest’ultimo, emotivo e coinvolgente, qui non ci troviamo davanti ad un prodotto di pancia, ma maggiormente un esercizio di stile, ragionato e ricercato nei dettagli, a parte qualche piccola defaillance nelle luci e nelle ombre.

I misteri dell’enigma e del conflitto vengono affidati alle tonalità di grigi, bianchi e neri. Il bianco è l’amore nella sua purezza, il nero è l’odio che sfocia, i grigi sono la natura di una coppia con tutte le sue sfumature.

Un regista egocentrico, interpretato da Washington brillante in una interpretazione sopra le righe e la sua musa, fragile e con un passato da tossicodipendente, una coppia e la gabbia dorata del cinema e del loro rapporto, un dualismo cercato, con continui riferimenti al fallimento della stessa tecnologia e al digitale contro pellicola.

Fondamentale la battaglia del personaggio di Malcom, un regista che si scaglia contro la critica cinematografica, colpevole di avere imposto delle etichette, forzando il cinema in una dimensione artificiosa, priva oramai di mistero e di personalità.

Il protagonista afferma sarcasticamente “il cinema non deve avere per forza un messaggio, deve avere cuore, elettricità”, ma Levinson sarà davvero riuscito nell’intento, o avrà confezionato un film estetico ed artistico, mancando di empatia?

Il tema del razzismo viene invece appena accennato all’inizio del lungometraggio, un profilo solo tratteggiato, quasi a voler delimitare un confine, ma non un vero ostacolo.

"Malcom & Marie”: luci ed ombre di un esercizio di stile

“Ma tu sei una tossica no? Questo ti rende così rilevante, ma non sei la prima disturbata con cui ho una storia”

L’importanza della collettività e dell’insieme di stimoli come processi generativi, stati di quiete che si alternano a tempeste e rivendicazioni, tra tradimenti e confessioni, in un vortice dove solo all’esterno, i protagonisti, nella pace del loro giardino, sembrano respirare aria di libertà, unico luogo che sarà capace di dar voce alle loro coscienze.

Un messaggio forte quello di Levinson, nascosto dietro la maschera di Washington, che afferma come secondo Hollywood un neofita non possa fare un prodotto lodevole, senza una cultura adeguata, condizione imprescindibile e riservata solo a pochi eletti. Un concetto dal tono incontestabile e polemico, una dinamica sociale che tende a salire sullo stesso scranno della critica, in modo altrettanto elitario e sfidante.

Una pellicola egregiamente confezionata, che pecca di una eccessiva verbosità e leziosità, un mistero incessantemente cercato, che la porta a mancare di genuinità, ma che sicuramente saprà far parlare.

Levinson porta sullo schermo quasi due ore di intimità, forte, appassionata, tangibile, insieme ad una critica al sistema, alla retorica, all’ignobile usanza di catalogare l’arte e la cinematografia, elencando a riprova una serie di citazioni di film e registi che hanno fatto la storia, non solo del cinema, ma anche della lotta contro il conformismo e il classismo.

Un prodotto dal messaggio bipolare che può essere racchiuso nella frase rivolta da Malcom a Marie “…e mentre io creo qualcosa, tu devi giustificare la tua maledetta esistenza”.

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Chiaretta Migliani Cavina