“The Front Runner”: l’occhio orwelliano e l’etica – Recensione

“The Front Runner”: l’occhio orwelliano e l’etica – Recensione

Siamo da tempo abituati a vedere sul grande schermo le storie di grandi uomini e del potere, ma del senatore Gary Hart forse si era persa memoria. In questa pellicola, tratta dal libro di Matt Bai “All the truth is Out”, il regista Jason Reitman documenta, in modo distaccato, le responsabilità della stampa nella corsa al potere americano. Assistiamo all’ascesa del senatore del Colorado, per soffermarsi al suo culmine, quando arriva alla corsa finale per la carica a presidente degli Stati Uniti, nel 1988, che verrà vinta da George Bush, segnando un ‘epoca nella storia del paese a stelle e strisce.

Favorito nei sondaggi, nella preparazione politica e morale, grazie ad uno staff efficientissimo, Gary Hart conduce una vita privata al di fuori delle luci della ribalta, al riparo dai media che sono sempre in agguato, aspettando il momento opportuno per poter affondare al più piccolo “passo falso”.

Il politico democratico, interpretato in modo esemplare da Hugh Jackman, attore di pari caratura morale, accentua il focus sul suo programma, è un convinto fautore della potenza delle idee in un paese dei sogni in cui tutti sentono di poter vedere realizzato il proprio desiderio.

Gary viene raccontato come un intellettuale di buona volontà, saldo sui suoi principi e carismatico, ma al contempo gelido ed arrogante nei confronti dell’intromissione da parte del mondo esterno, incapace di mettersi in discussione e di affrontare l’impatto e l’invasione mediatica di uno scandalo sessuale.

“The Front Runner”: l’occhio orwelliano e l’etica - Recensione

Reitman ci rammenta un’epoca in cui la trasgressione offendeva le coscienze, le responsabilità pubbliche stravolgevano la vita e mostra l’esordio della “politica tabloid”, in cui chi deteneva il potere veniva trattato come una star hollywoodiana, costantemente sotto l’occhio dei riflettori, come un grande fratello orwelliano, senza alcuna distinzione tra vita pubblica e privata.

I giornalisti visti come guardiani della democrazia, giudici che condannano a morte la privacy e la morale privata ed esercitano il controllo totale sulle vite.  Un lungo piano sequenza iniziale denuncia subito il grande circo mediatico della politica, uno sguardo pregno di fatti e sensazioni umane, amplificate dal sonoro delle percussioni e dall’armonia del pianoforte.

Pochi fronzoli, tematiche ancora attuali, un’analisi lucida e spietata del mondo del giornalismo e una ricostruzione impeccabile dell’epoca e dei luoghi, uniche pecche l’eccessiva lunghezza e il ritmo altalenante. Momenti di alta tensione iniziali vengono sminuiti dai successivi cali di alcune dinamiche narrative, che rallentano notevolmente la fruizione e donano 20 minuti di troppo, determinando una perdita di attenzione.

Jason Reitman dipinge un affresco dalle tinte fosche, caratterizzato da una grande attenzione sui personaggi e sulla coreografia d’insieme. Una visione che conduce il pensiero verso un naturale interrogativo etico: l’adulterio del senatore Hart era veramente così grave da costare la presidenza all’America intera, rendendola orfana di un possibile salvatore della patria, per mettere al suo posto il repubblicano George H.W. Bush.

Alla fine come diceva Bukowsky “Prima di distruggere qualcosa, assicurati di avere qualcosa di meglio per sostituirlo”

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Chiaretta Migliani Cavina