“Cattive Acque” – Recensione: la reale e sofferta vittoria dei più piccoli sui potenti

“Cattive Acque” – Recensione: la reale e sofferta vittoria dei più piccoli sui potenti

Dopo lo sconvolgente e puliripremiato “Erin Brockovich – Forte come la Verità”, approderà il 20 febbraio sul grande schermo, l’inteso racconto di un’altra grande emozionante battaglia, che di certo scuoterà nel profondo le coscienze.

Tod Haynes dirige infatti “Cattive Acque”, la vera storia dell’avvocato ambientalista Robert Bilott, socio dello studio legale Taft Stettinius & Hollister LLP, il quale intraprese la coraggiosa lotta legale, durata ben 19 anni, contro l’azienda DuPont. Il colosso della chimica colpevole di aver contaminato per anni l’acqua potabile della comunità rurale con il PFOA, acido perfluoroottanoico. Sostanza questa, scoperta nel 1951, due decenni prima della fondazione dell’Agenzia di Protezione Ambientale avvenuta nel 1970, e denominata “eterna”, poiché non si scompone ed assorbe, rimanendo in circolo nell’organismo.

Bilott nonostante le incertezze iniziali, con determinazione portò avanti la causa e grazie ad un approfondimento tossicologico sulle vittime, riuscì a dimostrare gli irreparabili rischi per la salute provocati dall’inquinamento, ottenendo per centinaia di vittime, con visibili e gravi malformazioni fisiche, o, nel peggiore dei casi, nessuna possibilità di sopravvivenza, un importante risarcimento.

Ma facciamo un passo indietro e partiamo dal principio, quando il 6 gennaio del 2016, il New York Times pubblicò l’articolo scritto da Nathaniel Rich, riguardante la cronaca del lavoro svolto dall’avvocato di Cincinnati, fulcro della vicenda tanto reale quanto surreale, portando alla luce la sconvolgente situazione.

Drammatica vicenda che ebbe inizio naturalmente, nel momento in cui Bilott decise di accettare, ed indagare, sull’allarmante perdita di bestiame della famiglia Tennant, su richiesta del capofamiglia Wilburn, che ha lavorato sulla stessa estesa proprietà agricola per generazioni, ed ora vedeva i propri animali, prima docili come cagnolini, diventare improvvisamente aggressivi e morire. L’uomo convinto che dipendesse dalla fuoriuscita tossica proveniente dalla vicina discarica di Dry Run, dove l’impianto Whashington Works, di proprietà appunto della DuPont, sversava, in modo incontrollato, i propri rifiuti, prima di chiedere aiuto rivolgendosi a Bilott, provò per anni a ottenere inutilmente delle risposte.

Comincia così lentamente ad emergere un quadro agghiacciante, con la DuPont consapevole già molto tempo degli effetti letali del PFOA. Un iceberg con alla base la complessa società americana, la corruzione e il potere delle classi dominanti, e in cima l’abuso di una grande, fino a quel momento intoccabile, impresa inaspettatamente sfidata da un uomo qualunque, dalla personalità estremamente riservata e solitaria. Un uomo che rischiò non solo la propria carriera, bensì la propria vita e quella della sua famiglia, pur di giungere alla verità e alla giustizia.

Uno sviluppo e costruzione quello di “Cattive Acque”, che si concentra e pone l’accento sulla figura di quest’ultimo, evidenziandone ogni dubbio, paura e conseguenza suscitata dal delicato caso affrontato da una persona normale, dal volto di Mark Ruffalo.

Il tre volte nominato agli Oscar, è l’indiscusso e sensibile protagonista, di una vicenda torbida proprio come le sue acque contaminate, che Haynes racconta in modo meticoloso e curato, attraverso una narrazione, che nonostante a volte scivoli nella lentezza e monotonia, non tralascia nessun particolare. Una rappresentazione che fornisce allo spettatore un’esposizione dei fatti dettagliata ed il più possibile reale, in grado di colpire e convincere, mantenendo viva la speranza della giustizia nei più piccoli schiacciati sempre più dai grandi.

Emanuela Giuliani

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