“Il Diritto di Opporsi”: quel buio oltre la siepe – la Recensione

“Il Diritto di Opporsi”: quel buio oltre la siepe – la Recensione

“Vado avanti in salita. Ogni giorno arrivo più in alto, Signore porta avanti i miei piedi ancora più in alto”.

Warner Bros. prosegue lungo quel viale lastricato da eroi silenziosi, e dopo “Richard Jewell” porta sul grande schermo un’altra storia vera, un percorso che scuote la mente ed il cuore e apre ad una riflessione che ancora oggi, amaramente, trova il suo spazio.

1987 Alabama-Contea di Monroe, l’afroamericano Walter McMillan, interpretato da Jamie Foxx, viene arrestato e condotto nel braccio della morte con l’accusa di un omicidio che non ha commesso, unico testimone presunto un vero criminale. Bryan Stevenson, Michael B.Jordan, un giovane avvocato deciso a “lottare per chi ha più bisogno di aiuto” aiutato da Eva , a cui dà il volto Brie Larson, fa appello per questa ingiusta condanna per la morte della “bianca” Ronda Morrison.

Questa pellicola di Destin Daniel Cretton seguendo pedissequamente i canoni di un legal drama in perfetto stile americano dal ritmo lento e costante, pone l’accento sul razzismo e sull’odio etnico presente negli Stati Uniti, ed ancor più in Alabama. Un film di denuncia che porta sul banco degli imputati una giustizia meschina e pilotata, capace di mietere vittime solo ed esclusivamente tra quella gente che ha commesso l’errore di essere povera e del colore sbagliato. Sbagliato per coloro che hanno scelto di essere ciechi davanti ad ogni ingiustizia, eleggendo a colpevole un uomo reo di avere tradito la moglie per una donna bianca e quindi per loro perseguibile.  Un sistema di giustizia penale che tratta meglio chi è ricco e colpevole, e non chi è povero e innocente. Una vera crociata morale contro il maltrattamento dei neri e le sporche manovre di “quel braccio violento della legge”, portate alla luce da una ricerca della verità ad ogni costo e da un giovane avvocato appena uscito da Harvard che ha scelto la via più difficile.

Stevenson, fondatore della “Equal Justice Initiative”, organizzazione senza scopo di lucro dedicata alla difesa dei più deboli dagli anni 80 ad oggi ed autore del romanzo autobiografico “Just Mercy: A Story of Justice and Redemption”, da cui è tratto il lungometraggio, mostra le varie tappe di questa vicenda che lo hanno segnato profondamente.

Inquietante ed esemplare a tal proposito il cammino verso l’esecuzione per elettrocuzione di un altro detenuto afroamericano, Herbert Richardson. Una scena quasi mistica, lenta e cadenzata, in cui le pause ed i silenzi interrotti dal solo rumore dei detenuti, sembrano raccontare una discesa all’inferno. Una musica imponente e determinante, anche nella sua assenza, per un uomo in balia del proprio destino la cui vita ha i minuti contati per un errore commesso anni prima. Ed una sola domanda attanaglia la mente davanti ad una sedia elettrica: non dovremmo tutti avere diritto alla grazia? Non dovremmo poter comprendere e provare pietà? Ogni vita umana dovrebbe essere preziosa allo stesso modo.

“Quando prendi un nero e lo metti nel braccio della morte un anno prima del processo, quando ogni prova della sua innocenza viene occultata e chiunque cerca di dire la verità viene minacciato, non è un processo, non è giustizia”.

Una storia che fa riflettere sulla fragilità di una società in un momento in cui l’ignoranza e l’ingiustizia erano i veri padroni dello Stato e sul fronte opposto, la forza di un uomo che crede nelle sue convinzioni e che, anche se a volte vacilla, non ferma il suo cammino verso la misericordia e la verità.

Una regia che certamente non brilla per innovazione e forma, una pellicola che ricorda “Il Miglio verde” e “Dead men walking” ma senza metterne in scena la sostanza e l’impatto emotivo. Una storia trascinante che si dilata nella retorica di alcune scene e perde, in diversi tratti della narrazione, di incisività.

“Sono convinto che non sia mai tardi per la giustizia”.

Niente di nuovo dunque sul fronte narrativo, se non per l’eco emotivo del presupposto realistico, grazioso ma in certi punti fin troppo omologato. Eppure “Il Diritto di Opporsi” merita di essere visto per l’importanza dell’affresco sociale e per quella dimensione corale, che riserva anima e respiro ad ogni figura secondaria, ma facente parte di quel firmamento d’anime che va riscoperto e portato ad una dimensione viva e pulsante, fiero e libero alla luce del sole.

“La tua vita ha ancora un valore e io farò tutto il possibile perchè non te la portino via”

Chiaretta Migliani Cavina

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