“La Guerra è Finita”: i segni dello sterminio sulla pelle degli infanti – Recensione serie Tv

“La Guerra è Finita”: i segni dello sterminio sulla pelle degli infanti – Recensione serie Tv

“La verità è tanto più difficile da sentire quanto più a lungo la si è taciuta” – Anna Frank 

“La Guerra è Finita”, nuova produzione Rai, inizia poco dopo la Liberazione, e si incentra su quel periodo difficile di ricostruzione dei vuoti lasciati dal Nazismo, vuoti ed atrocità che non hanno mai abbandonato le menti dei sopravvissuti ai campi di concentramenti, spettri di memoria e di morte ineluttabili.

Il regista Michele Soavi e lo sceneggiatore Sandro Petraglia decidono di sovvertire il “clichè precostituito” sull’orrore nei lager di sterminio, non ambientando la narrazione direttamente sui fatti, bensì sulle anime, le anime di quei bambini e quegli adolescenti rimasti senza famiglia. Ragazzi soli e abbandonati, consumati dagli stenti ed incapaci di dimenticare quello che hanno attraversato e visto, fatti talmente orribili da non poter essere nemmeno raccontate.

E’ il 7 aprile 1945, l’Italia è nel caos, un caos che fa da incipit alle prime inquadrature della serie, gente che parte nella speranza di un futuro migliore, un- ex soldato filo -nazista che scappa per paura di un’esecuzione ed una pioggia incessante che avvolge i bimbi sopravvissuti ai campi prima di entrare nella confusione del centro di accoglienza.

Qui , in questo ricovero  ci sono Davide e Giulia, Michele Riondino ed Isabella Aragonese, il primo distrutto dall’incapacità di trovare sua moglie e suo figlio presi mentre era lontano da casa, e la seconda , totalmente avulsa ed estranea a questo mondo impregnato dalla guerra, è una psicologa cresciuta in Svizzera, che cerca di porre rimedio alle azioni spregevoli del padre , imprenditore collaborazionista dei nazisti , e ricerca nel volontariato per i bambini un aiuto salvifico per cancellare dentro sé l’onta paterna.

L’ispirazione per questa storia che guarda ad un insperato futuro è reale, si tratta della così detta vicenda dei “Bambini di Selvino”, un gruppo di circa “800 bambini ed adolescenti ebrei”, che rimasti orfani e sopravvissuti vennero ospitati nelle prealpi bergamasche della Val Seriana “provenienti da tutta Europa: dai campi, dalle foreste, dai monasteri e da altri luoghi in cui si erano nascosti”, trovando asilo  in un edificio che ospitava una struttura ricreativa per fascisti italiani noto come “Sciesopoli”.

Nella serie, ambientata in altra parte d’Italia favorendo un processo creativo della trama, i bambini, insieme ai loro “tutori”, tra cui Davide e Giulia, trovano un “ricovero inaspettato” penetrando, abusivamente, in una vecchia tenuta rurale, al cui interno era presente una piccola scuola, di proprietà di una ricca famiglia borghese.

Un luogo dove poter cercare di tornare alla vita, tra rinascita e rimembranze, narrate in brevi flashbacks evocativi, lampi improvvisi in un mondo oscuro, orribile, come confermato Isabella Aragonese: “E’ stato un racconto tremendo. Dicevano loro che li portavano a fare la doccia, invece erano camere a gas. Questi bambini sono come bambole rotte. Il cibo, l’istruzione, vanno bene. Ma credo che la prima cosa da fare sia rimettere insieme i pezzi”.

Una vicenda potente, drammatica, ed al contempo un inno che sprona a ripartire, ricomponendosi per ritrovare la fiducia e un nuovo domani. Una “pellicola della memoria” che trasuda emozioni ed esperienze di vita, che dovrebbero restare nei nostri ricordi ogni giorno, per motivare e rafforzare le nostre coscienze.

“Viviamo tutti con l’obiettivo di essere felici; le nostre vite sono diverse, eppure uguali.” –  Anna Frank

Chiaretta Migliani Cavina

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