“Pinocchio” – Recensione: il racconto di Collodi rivive nella personale versione di Matteo Garrone

“Pinocchio” – Recensione: il racconto di Collodi rivive nella personale versione di Matteo Garrone

Michelangelo affermava che all’interno di ogni blocco di pietra esiste già una creatura che attende solo di essere scoperta e liberata dallo scultore. E proprio come questo, Matteo Garrone fa sì che Geppetto, un assolutamente sorprendente e sentito Roberto Benigni, porti alla luce e faccia nascere il suo Pinocchio, il cui volto è quello del giovane e talentuoso Federico Ielapi, nell’atteso adattamento del celebre classico senza tempo della letteratura italiana di Collodi, parte integrante e fondamentale dell’immaginario collettivo, da lui diretto, e che ha visto la collaborazione in fase di scrittura anche di Massimo Ceccherini.

Un racconto intenso e sensibile, che il regista di “Dogman”, per molti aspetti, pur non tradendone il fil rouge e la struttura, porta sullo schermo reinventando e rendendo suo. Dove a trionfare è l’amore unico ed imprescindibile che lega un padre al proprio figlio. Dove la gioia per l’inaspettato arrivo spazza via le difficoltà degli stenti della fame e la desolazione di una miseria da molti vissuta realmente. Una tristezza e malinconia che lo stimato ed apprezzato cineasta affida e descrive attraverso le immagini, veri e propri dipinti, che riprendono ispirandosi alla visibile semplicità cromatica delle opere dei Macchiaioli e alle atmosfere povere dell’indimenticabile capolavoro di Comencini, permettendo così allo spettatore di entrare, accarezzare e perdersi in quel particolare mondo fantastico, popolato da esseri umani e strane figure antropomorfe, che riportano alla mente “Il Racconto dei Racconti”.

Garrone mostra con vivida sensibilità la tristezza, la solitudine e l’impossibilità di sopravvivere di un uomo semplice ed umile, il cui unico desiderio è quello di un pasto caldo in grado di scaldare quel cuore e quell’animo alla silenziosa ricerca di un calore umano a lui lontano ma mai dimenticato. Un fremito che lo faccia rinascere, sperare, credere. Uno spiraglio di luce, che giunge dal battito inaspettato di un normalissimo tronco di legno, scolpito con l’intento di creare il più bel burattino mai visto fin ora per poi poter vendere risollevando la propria tragica situazione. Il suono ed il respiro più bello che abbia mai sentito, che esploderà alla parola “Babbo”, pronunciata per la prima volta dal colui che sarà da subito il suo unico e amatissimo figliolo.

Perché è questo che grida Geppetto svegliando tutto il vicinato, “M’è nato un figlio!”, consapevole di essere diventato padre ancora prima di vedere quel magico essere camminare, correre e fuggire da lui poiché ribelle e avvezzo alle regole proprio come ogni bambino in carne ed ossa, ansioso di esplorare il mondo con l’incosciente ed ingenua convinzione di riuscire a gestirlo ed esserne il padrone.

“Piglialo! Piglialo!”, urla atterrito l’umile falegname alla gente nel perdere di vista il piccolo burattino. Ma nella disperazione non si arrende, e come ogni genitore, abbandona tutto ed inizia il viaggio della ricerca, che poterà l’indisciplinato bambino, non solo ad incontrare e cadere in inganni, tranelli e situazioni dalle conseguenze apparentemente irreparabili e privi di una via di uscita, con personaggi disonesti e crudeli, quali il Gatto e la Volpe, rispettivamente interpretati da Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini, bensì a comprendere finalmente quel viscerale, inspiegabile ed innato sentimento universale che niente e nessuno è in grado di annientare, grazie anche all’aiuto della dolce Fata Turchina, Marine Vacth.

Questo “Pinocchio”, emoziona, commuove, arrivando in fondo. Raccontando un ambiente che strizza l’occhio, e rimprovera con severa illusoria discrezione, le mancanze della fredda, frenetica e materialista attuale società, con un tonno che dice teneramente: “Non mi hanno mai baciato prima”, al protagonista che dopo essere stato bacchettato dal maestro sulle mani, alla domanda: “Non senti dolore?”, risponde senza batter ciglio: “No”, e ancora nel giudice scimmia, il quale afferma con un ironia decisa: “In questo paese sono gli innocenti che vanno in prigione!”.

Citazioni, dichiarazioni, aperture, metafore, visioni e sotto trame, con cui ancora una volta Garrone riesce a coinvolgere a pieno lo spettatore. Stupendo con una narrazione oltremodo ricca e pregna di significati, valori e principi che mai come in questo periodo hanno bisogno di essere ricordati e ribaditi con forza. Un’avventura per tutta la famiglia che possiede tutte le carte in regola per non deludere affatto le aspettative e conquistare anche gli appassionati più nostalgici.

Emanuela Giuliani

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