MARTIN SCORSESE: L’INDIMENTICABILE INCONTRO E PREMIO ALLA CARRIERA ALLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA

MARTIN SCORSESE: L’INDIMENTICABILE INCONTRO E PREMIO ALLA CARRIERA ALLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA.

Tra gli Incontri avvenuti alla Tredicesima Edizione della Festa del Cinema di Roma, sicuramente il più entusiasmante, e più atteso, è stato quello con con il maestro MARTIN SCORSESE, nel corso del quale ha ricevuto il Premio alla Carriera, consegnatogli, tra gli applausi di una platea commossa e completamente in estasi, da Paolo Taviani, con queste parole.

Scorsese, è un lavoratore instancabile, un regista innamorato del cinema, dell’amore, un santo tormentato. con una grande fortuna, un dono: l’illimitata fiducia in sé stesso. Mi rivolgo a te Martin, in nome del cinema italiano: GRAZIE”.

L’evento, coordinato dal direttore artistico Antonio Monda, ha visto il grande, ammirato ed amato cineasta, raccontarsi attraverso l’analisi di nove clip, tratte da altrettante pellicole, riguardanti il periodo neorealista del cinema italiano, scelte proprio da lui, opere che, come affermato dallo stesso regista, hanno contribuito alla sua formazione e stile, un viaggio che spazia da Rossellini a Visconti, De Sica, Germi fino a Fellini, e che inizia con “L’ACCATTONE”, del 1961, di Pier Paolo Pasolini.

Ho visto il film la prima volta al New York Film Festival nel corso della settimana della stampa, era il 1963 – 1964, è stata un’esperienza veramente forte, potente, e pur non conoscendo Pasolini, il fatto essere cresciuto in un quartiere duro, difficile al centro di New York, mi ha permesso di comprenderne ed identificarmi nei personaggi. Ciò che mi ha colpito sono stati i riferimenti religiosi, la santità che racchiude, non solo il protagonista muore tra due ladroni, ed uno di questi si fà il segno della croce al contrario, ma la prostituta si chiama Maddalena. Ho trovato che quei racconti rispecchiassero la realtà. Da Pasolini ho imparato tantissimo anche l’utilizzo della musica”.

La seconda clip è presa da “LA PRESA DEL POTERE DA PARTE DI LUIGI XIV”, del 1966, di Roberto Rossellini.

Anche questo l’ho visto al New York Festival in presenza dello stesso Rossellini, e a dire la verità, non ha avuto una grande accoglienza. Rossellini ad un certo punto ha ritenuto fosse importante realizzare prodotti didattici trattando argomenti storici, proprio per questo il Luigi XIV è un film fantastico, perché abbraccia entrambi i sensi. Dietro ha una grande costruzione scenica, come fosse un’opera di Velasquez o Caravaggio, dall’uso delle luci alla postura degli attori. Rossellini era in grado di raccontare la storia attraverso la minuziosa cura dei dettagli, arrivando all’essenziale, ho imparato molto da lui e ho riportato questa sua particolarità in tanti miei film, come ad esempio “Toro Scatenato”- prosegue dicendo – “Ho incontrato inaspettatamente Rossellini mentre passeggiavo, c’era molto traffico, e stavo parlando di lui con selezionatore di un festival al quale dovevo prendere parte, gli dissi della popolarità in America del suo Luigi XIV, e lui mi rispose che non era affatto interessato al successo, bensì all’arte e all’istruzione”.

UMBERTO D.” di Vittorio De Sica, scritto da Cesare Zavattini, del 1952, è la terza scelta di Scorsese.

Credo che questo film, tutt’altro che sentimentale, rappresenti l’apice del neorealismo” – afferma il maestro – “De Sica e Zavattini attraverso il protagonista, il “vecchio” Umberto, pongono al centro della scena il radicale cambiamento della società che disprezza ed abbandona gli anziani, non dipingendo quest’ultimo come un santo, ed accompagnando la vicenda con una musica dalla romantica sfumatura” – riferendosi in particolare alla clip mostrata,  in cui Umberto sfrutta il cane per elemosinare qualche spicciolo, dice  – “ Nella scena appena vista, il vecchio protagonista pur di soddisfare il proprio bisogno, non ci pensa due volte ad usare e sfruttare il proprio cane, consapevole della tenerezza e compassione che l’animale è in grado di suscitare nelle persone, portando alla luce la meschinità dell’affamato anziano, e tutto questo è estremamente vero”.

Da De Sica si passa a “IL POSTO” del 1961 di Ermanno Olmi.

Un film magnifico, che il distributore americano dell’epoca amava così tanto, da proiettarlo gratuitamente il primo giorno. Ne “Il Posto” vediamo la purezza di un ragazzo smarrito entrare in una società mostruosa, come è stato il passaggio all’industrializzazione, che esclude l’umanità, stile che ho utilizzato specialmente in “Toro Scatenato”.

E da Olmi si passa a Michelangelo Antonioni con: “L’ECLISSE” del 1962, pellicola che chiude la trilogia composta da “L’Avventura” e “La Notte”.

Il primo film che vidi di Antonioni è stato “L’Avventura”, lui ha sviluppato enormemente la mia capacità di osservare e concentrarmi sulle immagini, imparando a studiare lo spazio e il ritmo. A quel tempo era come guardare l’Arte Moderna, poco comprensibile, e Richard Price mi disse: “Le cose che vanno oltre la Madonna col Bambino, tu caro Martin proprio non le capisci” – ride – “Ma se L’Avventura era arte analitica, nell’Eclisse emergeva la composizione, e non mi stancherò mai di ripetere che la composizione della scena costituisce di per sé la narrazione, poiché possiamo capire già tutto. Dal mio canto credo che Antonioni con questa trilogia, abbia riscritto il linguaggio del cinema, che lo ha portato di conseguenza a Zabriskie Point degli anni ‘70”.

E tra le opere scelte troviamo Pietro Germi: “DIVORZIO ALL’ITALIANA”, Miglior Commedia al Festival di Cannes nel 1962.

Ho studiato molto “Divorzio All’Italiana”, c’è tanto humor, Quei Bravi ragazzi nasce da qui, e lo si intuisce dai movimenti di macchina, che mostrano soprattutto le reazioni delle persone presenti nell’aula del tribunale, tralasciando quelle dell’avvocato, impegnato nell’arringa. È un film vero, che mi spinge a pensare che Germi non volesse condannare i personaggi, perché li adorava. Ciò che mi colpisce è il bianco e nero e la satira espressa con la tecnica”.

Si resta nel 1962 con “SALVATORE GIULIANO” di Francesco Rosi.

Salvatore Giuliano, rappresenta un po’ la tragedia del Sud, che conosco essendo i miei nonni emigrati dalla Sicilia del 1910. L’estrema, esagerata reazione della scena vista, in cui il corpo di Giuliano viene riconosciuto dalla madre dal celato riferimento religioso, che non ha bisogno di spiegazioni, mi ha particolarmente sconvolto la prima volta, non ero abituato, poiché da italo – americano mi è stato insegnato a nascondere le emozioni”.

Penultima Clip, unica a colori, “IL GATTOPARDO” di Luchino Visconti, del 1963, tra i suoi preferiti.

Qui, sia Giuseppe Tomasi di Lampedusa, inizialmente, e successivamente, Visconti, mostrano la fine dell’età dell’innocenza, con delle similitudini con Rossellini, dato lo studio meticoloso e la capacità di espressine, del proprio significato, da parte di ogni elemento, le scene sono ricche al contrario di Antonio in cui tutto è scarno”.

Infine non poteva mancare Fellini con le sue “LE NOTTI DI CABIRIA” del 1957, ed in riferimento alla scena finale vista, si limita con il dire.

E’ un finale commovente in puro stile felliniano, in cui assistiamo alla rinascita spirituale della protagonista, cha dal desiderio di morte passa ad uno splendido sorriso sincero”.

E con la consegna del premio si conclude l’indimenticabile serata.

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